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Ab ovo usque ad mala. Il consolo, energia per la morte.

Caronia, Nebrodi, Sicilia.
Novant’anni fa circa, lustro più lustro meno.
Come spesso accade quando, per sua natura, un episodio si mantiene in bilico tra il reale e la finzione, l’affamata e lucida verità di una battuta pronunciata per non essere una battuta travalicò le mura della casa e del paese e, con esse, lo spazio e il tempo che l’avevano incorniciata.
Protagonista della storia, di quella reale, l’ultimo di una fitta schiera di figli maschi, soprannominato dalla comunità, famiglia compresa, U babbo per le non spiccate doti intellettive.ab ovo
Richiamato in casa da un conoscente che lo avvisava dell’improvvisa scomparsa del padre, giunto finalmente a casa dopo varie ore di cammino – tanta era la distanza che separava la dimora della famiglia dalle campagne in cui il giovane travagghiava a journata, ovvero lavorava la terra pagato a giornata – una sola fu la frase che U babbo non riuscì a trattenere al di qua delle labbra, appena varcata la soglia,: «Potesse moriri nu patri ao juorno». Potesse morire un padre al giorno. Innanzi ai suoi occhi affamati e alla pancia spesso forzosamente accontentata solo a pane e cipudda – questo raccontava mia nonna, testimone dell’evento, a mio padre prima e a me e agli altri nipoti poi – si dispiegava in tutta la sua sfarzosa varietà e saporosità u cuonsolo, ‘la consolazione’, il pasto dei dolenti destinato, con il suo tripudio di odori, sapori e colori, ad alimentare e mitigare, attraverso il nutrimento e del corpo e, per mezzo di esso, dell’anima, il dolore dei congiunti dell’appena defunto.
Attribuito all’Italia meridionale, è in verità diffuso anche nel resto di Italia e ben oltre i confini nostrani. Basti pensare da una parte al banchetto vittoriano e ai suoi funeral biscuits, serviti in occasione dei banchetti luttuosi almeno dal Seicento, e, dall’altra, nell’Europa orientale, al racconto del sagrestano di Tolstoj incontenibile e impenitente innanzi al caviale di un banchetto funebre che ebbe luogo in un paese situato in una bassura, Ukléevo, paese che, a partire dal momento narrato nel racconto, passò ad essere identificato, nella conoscenza comune, come «[…] il villaggio dove il sagrestano si mangiò tutto il caviale a un banchetto funebre» (Cèchov A., “Nella Bassura”, in Racconti e Novelle, Sansoni Firenze 1963).

Una volta, a un pranzo funebre in casa del fabbricante Kostjukòv, un vecchio sacrestano vide tra gli antipasti del caviale fresco, e si mise a mangiarne con avidità. Gli diedero di gomito, lo tirarono per le maniche, ma letteralmente inebetito dal godimento non sentì nulla, e continuò a mangiare. Mangiò tutto il caviale, e ce n’erano in un vassoio quattro libbre. Erano trascorsi dieci anni, il sacrestano era morto da lungo tempo, ma sempre ci si ricordava di quel caviale: sia che la vita a Uklèevo fosse tanto misera, o che la gente non avesse saputo rilevare che quell’evento così banale di dieci anni prima, il fato è che non si raccontava altro che questo sul villaggio di Uklèevo.

Risposta della comunità alla condizione di dolore e distacco dalle umane cose in cui una famiglia precipita al sopraggiungere della morte, ancor più se inattesa, il consólo o cónsolo deve la propria ragione di essere alla necessità di sopperire ai bisogni della famiglia del defunto, cui lo stato di straniamento emotivo, indotto dal dolore per il lutto, impediva persino di accendere il fuoco. Una limitazione che, lo si apprende dall’etnografia e dalla storia delle tradizioni popolari e non solo recenti, in genere perdurava per non meno di tre giorni ma poteva arrivare fino a dieci.
Assurto a un certo punto della storia a simbolo ed elemento di un rito composito che affonda le proprie radici nella notte dei tempi – cosa che spesso accade con pratiche che vengono promosse a codice di comportamento prima e a vera e propria marca identitaria nell’ambito della comunità di riferimento poi – nel dizionario di chi lo conosce e ad esso si riferisce “fuor di lutto”, il consolo si trova a esser spiegato ai non appartenenti alla comunità come “quel ben di Dio” quantificabile solo per comparazione con altre esperienze di abbuffate, benché più liete.
In fatto di consólo, scrive ai nostri giorni Concetta Piazzetta, una donna calabrese desiderosa di far conoscere, a una platea di potenziali forestieri 2.0, le tradizioni del proprio paese, «l’attuale pranzo di Natale poteva essere paragonato all’aperitivo».

 Consolo. Nel mio dialetto cuansulu.
In Calabria quando moriva qualcuno, i familiari dovevano solo piangere il caro estinto e quindi non si occupavano neanche del loro sostentamento.
I parenti e gli amici più stretti, per tre giorni, tanto durava il consolo, facevano arrivare in casa il ben di Dio dalla prima colazione alla cena, senza dimenticare lo spuntino di metà mattina e la merenda. Nelle famiglie borghesi lo spuntino e la merenda venivano recapitati dal bar più importante della città, con tanto di cameriere che serviva i familiari del defunto e tutti quelli che erano venuti a consolare i familiari per la perdita subita. I pasti venivano preparati in casa e per quanto riguarda la quantità, l’attuale pranzo di Natale poteva essere paragonato all’aperitivo.
Tutto quello che non veniva consumato era regalato alle comunità che si occupavano dei poveri con la raccomandazione di pregare per il defunto.

Consolo: 1. Consolazione, conforto. 2 (merid.) Banchetto offerto da parenti e da amici alla famiglia di un defunto nei primi giorni di lutto. Dizionario delle parole perdute, voce “consolo” .

 

Dal punto di vista linguistico il sostantivo costituisce un sostantivo deverbale, ovverosia un nome formato a partire da un verbo, nello specifico consolare: lo si ritrova in parecchie delle varietà costitutive dell’italiano, in primis nei dialetti e non solo nei meridionali, sebbene in quelli appaia come indice di una tradizione maggiormente strutturata e codificata.
Gerhard Rohlfs, glottologo, filologo e dialettologo noto per aver condotto sul campo – nel caso in questione l’Italia meridionale – una delle più imponenti indagini sulla situazione dialettale contemporanea, ne parla come del «pranzo che dai vicini si manda in casa di un defunto nei primi giorni dopo la morte [da consolare] […]» (Nuovo dizionario dialettale calabrese, 221 alla voce “cùnsulu, cùnzulu…”).
Attestato in varie forme, spiegabili con i diversi esiti, in seno a vari dialetti romanzi, di fenomeni interni al latino, e con accento ora sulla penultima ora sulla terzultima sillaba, il termine manifesta tuttora una vitalità apprezzabile anche in contesti letterari.
Nel suo Méridionalismes chez les auteurs italiens contemporains, dizionario etimologico di forme dialettali rinvenute in testi letterari italiani contemporanei, Arnaldo Moroldo offre al lettore una spigolatura di testi utili a farsi un’idea di quanto la pratica e con essa il nome si siano tutt’altro che ridotte a forma cristallizzata o relegata a certi ambiti dei rispettivi sistemi linguistici

SCIASCIA in Il consiglio d’Egitto 1963 [= Adelphi 1989]: “mandate il consolo al viceré” (p. 28); DENTI DI PIRAJNO in La mafiosa 1965 [= Neri Pozza 1995]: “In gran parte della Sicilia… si conserva tuttora la tradizione del cunsòlo” (p. 101); BONAVIRI in L’incominciamento 1983: “tre giorni [di lutto], strettissimi, resi meno pesanti da parenti e amici, che portavano il cosiddetto cùnsulu, cioè pasta, pane, vino, cotognate, acque di cannella” (p. 119); ATTANASIO in Di Concetta e le sue donne 1999 (p. 77); CAMILLERI in Il re di Girgenti 2001: “…di una fìglia fìmmina doppo a tanti màscoli si sentiva propio bisognevole, provò assà consòlo…” (p. 303), in La pensione Eva 2006: “La mangiata di quella sera… fu una specie di consòlo doppo un funerale” (p. 152); BADALAMENTI in Come l’oleandro 2002: “ricevette circondato dalle sue donne le visite di “consolo”…” (p. 79); AGNELLO HORNBY in La mennulara 2002: “…con la scusa di preparare delle leccornie per il paniere del cònsolo del lutto… ” (p. 41, cf. 2 autres occ.); SEMINERIO in Il cammello e la corda 2006: “…i parenti stretti avevano portato il cunsolo, il consòlo, come d’uso, ma lei niente aveva mangiato…” (p. 44); LA SPINA in La bambina pericolosa 2008: “Del resto si dice anche: “Aviri cumpagni al dolu è gran consòlo”. In queste occasioni c’è un’unica consolazione possibile: il cibo. Il cibo che consola appunto” (p. 176, cf. 4 autres occ.).
Méridionalismes chez les auteurs italiens contemporains, alla voce “consolo

Il Grande dizionario della lingua italiana di Salvatore Battaglia, pur individuando in Jacopone da Todi l’attestazione più antica del termine, per la semantica del banchetto rinvia però al Panzini e al suo Dizionario moderno, edito più volte nel corso dei primi quarant’anni del Novecento, col rischio di indurre lo sprovveduto a ritenere moderna una pratica invece antica.

Consuòlo: […] Consolazione, conforto; soccorso.
Iacopone, 87-12 L’Affetto, puoi ch’è en prescione, piange con gran disianza: / nullo consol se vol dare de la preterita offensanza

  1. Il pranzo funebre che viene offerto e inviato dai parenti e dagli amici ai familiari del defunto, nei primi giorni di lutto.
    Panzini, IV-157: Consuòlo, voce meridionale: consolazione. Costume di recare cibarie nelle case dei defunti per consolare i superstiti e perché, afflitti, non possono prepararne. Ricordo degli antichi banchetti funebri e agapi cristiani. Piovene 5-420: Vige l’usanza del consolo, cioè del grande pranzo funebre. I funerali sono tragici e lenti, …il carro preceduto dalle corone portate a mano.
  1. Cibo; viatico.
    D’Annunzio, III-1-881: E t’ho recato il consólo, / che almeno nel primo cammino / non manchi un po’ di viatico

Grande dizionario della lingua italiana, alla voce “consólo“.

La pratica del consolo costituirebbe perciò l’erede, probabilmente senza soluzione di continuità, di quei banchetti funebri cui nel mondo greco-latino ci si riferisce con i nomi di silicernium e di agape peraltro attestati anche nel mondo etrusco, dove servono anche ad esprimere lo status del defunto.
Del silcernium, banchetto che seguiva la sepoltura del defunto e che si consumava nei pressi della tomba (tra le lacrime purificatrici, stando alla definizione che ne dà Festo, lessicografo romano: silicernium erat genus farciminis quo fletu familia purgabatur), si pensa che avesse una funzione separatrice dei superstiti dalla dimensione ctonia propria di chi era stato colpito dalla morte e insieme purificatrice. Di esso permangono numerose testimonianze, più note quelle archeologiche, meno, forse, quelle di stampo numerologico.
Il numero nove ricorreva infatti a segnalare, con funzione di limite, lo stato di sospensione in cui la famiglia era stata proiettata dal lutto e, pertanto, segnava il ritorno alla vita sociale da parte della stessa. Un ritorno segnato dalla cena novemdialis, ‘del nono giorno’, un pasto ‘di confine tra due stadi’ caratterizzato da quello stesso numerale che ritorna quando si ha a che fare con la nascita e con le celebrazioni dei defunti, opposti sovrapponibili alla stregua di due facce senza le quali non ci sarebbe medaglia.
Pur non essendo questa la sede per interrogarsi sul perché proprio nel nove si fosse radicata questa idea di passaggio dallo stato di vita a quello di non vita, in tutte le sue manifestazioni, ci si porrà per lo meno il dubbio che traccia delle cause alla base di questa scelta possa essersi sedimentata nel significato remoto del termine per nove, servito per formare anche la parola per ‘nuovo’. Una sovrapposizione, questa, che, in chiave cognitiva e di antropologia del numero, richiederebbe di evocare una fase arcaica antecedente a quella incentrata sul dieci o sul dodici. Questa ipotesi, se corroborata, imporrebbe peraltro una collocazione del rapporto vita-morte, numero e cibo in epoca precedente, e non di poco, la latinità ai più maggiormente nota (a cui probabilmente verrà in mente, per esempio, l’episodio del defunto a banchetto del Satyricon).
Il silicernium, proprio dei giorni del lutto, e i parentalia, propri delle celebrazioni annuali dei defunti, costituivano perciò veri e propri pasti sacri, nel corso dei quali si consumava per certo carne di maiale e di pollo – l’archeologia offre numerosi dati sui resti di ossa di animali macellati e consumati ma anche del vasellame impiegato nella preparazione e consumazione dei cibi [Coletti F., Buccellato A., Silicernium e Parentalia. Nuovi dati sul banchetto nelle feste in onore dei morti: strutture, vasellame e resti alimentari dalle necropoli del suburbio romano, se necessario o utile].
Più recente, l’agape costituiva la versione cristiana del banchetto sacro, non distante dal kiddush del mondo ebraico. L’etimologia ne rivela, però, una collocazione estranea alla morte, avendo la semantica del termine a che fare con la sfera dell’amore, cosa che indurrebbe a pensare a convivi distanti dal dolore e percorsi da un sentimento di vicinanza sfociato in carità. Membro, insieme a Filia e a Eros, del trittico dell’amore, Agape e l’agape risultano d’altra parte meno interessanti di silicernium agli occhi di chi guarda alla lingua come a un intreccio di fili da seguire e ripercorrere nel tempo, nello spazio e nelle società.
Ecco perciò, a catturare l’attenzione di quel tipo di linguista, un impiego del vocabolo del tutto estraneo al banchetto e alla celebrazione funebre, ma di gran lunga più interessante a dispetto della scarsa frequenza delle testimonianze. Se riferito ad anziani, silicernium, passato talvolta dal neutro al maschile (silicernius), stava per ‘ossa secche’, un modo, chissà, per alludere all’incipiente scheletrizzazione della persona per età non lontana dalla morte. Possibilità, questa, che restituirebbe al traslato una trasparenza negatagli già dagli antichi; ciò, sia chiaro, a giudizio dei linguisti moderni che si sono cimentati con la ricostruzione dell’associazione che avrebbe in principio indotto a un simile impiego.

silicerniumii, n. A funeral feast, Caecil. ap. Fest. p. 294 Mull.; Varr. ap. Non. 48, 9; Mart. Cap. 8, § 805; cf. Becker, Gallus, vol. 3, p. 296 (2d ed.).
– Hence, a term of abuse applied to an old man: te exercebo hodie, silicernium, drybones, Ter. Ad. 4, 2, 48; for which, in masc.: silicernius, Cinc. ap. Fulg. 560, 21.
– A kind of sausage, Arn. 7, 229.
Latinlexicon.org ala voce silicernium.

Di etimo in etimo, ci si avvierà così alla conclusione di questa poco più che sommaria discussione recuperando quello del consolo, del quale molto altro ci sarebbe da dire, soprattutto tentando la via del connubio con le discipline della nutrizione.
Recuperato, con l’ausilio delle fonti filologiche ed archeologiche, un possibile ventaglio di menù consolatori, la nutraceutica, disciplina che studia le proprietà terapeutiche o preventive di alcuni alimenti, potrebbe dire molto su come la mente e il cervello possano aver guidato la composizione dei pasti. Esigenza di dopamine, serotonina e di endocannabinoidi potrebbero, per esempio, aver guidato nel tempo e dai tempi dei tempi la scelta degli ingredienti alla base non dei soli dolci.
Nel caso della Calabria dello scorso secolo [Elia L., Alimentazione e cibo nella Calabria popolare. Continuità e cambiamenti di una civiltà antica, Bibliotheka Edizioni, Roma, 2014], per esempio, Luigi Paternostro, studioso di tradizioni locali, afferma che

I più intimi, cugini, zii, compari, portavano, a turno, la mattina, una colazione consistente in latte, caffè e Pan di Spagna e la sera un pranzo completo detto consolo che comprendeva brodo, carne lessa con contorno di sottaceti, altra carne diversamente cucinata o salumi, frutta di stagione o frutta secca, vino o dolci. Gli amici invece, portavano, nelle visite pomeridiane che continuavano per tutto il primo mese, generalmente dello zucchero o del caffè
Paternostro L., Uomini, tradizioni, vita e costumi di Mormanno, Firenze, Phasar, 2000.

 

Parte integrante della gestione e della metabolizzazione, emotiva e non, del passaggio tra vita e morte, il cibo si carica anche di una valenza di riempimento che, se non controllata, si può però tradurre in un disturbo incontrollato dell’alimentazione. Un disturbo da vuoto affettivo, da fame che dalla mente si sposta nel ventre, che induce a mangiare per colmare il senso di vuoto.
In attesa di quel momento, si tornerà, come detto, al fondo semantico di consolo, un fondo associato a quello che ha fatto da base a solitudine, solitudo in latino, e che si trova impiegato da sempre e continuato in tutte le lingue romanze. Qui il riferimento è a solus, aggettivo latino della prima classe, intorno alla cui solità, membro della famiglia quasi ovunque disusato, si sono formati gli antecedenti latini delle parole italiane solitario, desolare, desolato e, a partire da questo, di desolazione.
La consapevolezza che de-solare è ‘lasciare solo’ sembrerebbe infatti aver spinto il parlante a individuare il suo opposto in con-solari e con-solare. Di qui l’idea della contiguità affettiva e dei suoi effetti propria della famiglia linguistica del consolo, imparentata invece con un verbo, solor solari, affine a solus ‘solo’ per assonanza e non per contenuto, giacché significante ‘lenire, mitigare, dare conforto’.
Ennesima dimostrazione della capacità del parlante di ricreare attraverso la lingua un ‘mondo’ rispondente alle sue esigenze, l’indebito accostamento di consolo a solo si offre come risultato che suona più che accettabile, necessario.

La storia linguistica del consolo è perciò storia di una entità costituitasi attraverso il saldarsi di bisogni fisici e spirituali, bisogni che nel cibo trovano una se non forse la più forte espressione concreta di vicinanza a chi, in un certo momento, si trova vicino a una soglia inevitabile perché naturale per ciascun uomo, ma non per questo meno avvolta di mistero e di grumi emozionali da sciogliere attraverso il senso più profondo della cultura.

Nella situazione luttuosa si rischia di restarne prigionieri, se non se ne elabora una uscita culturale. In fondo la cultura è come un grande demiurgo capace di umanare la natura e la società, quando si presentano a noi disumane. Allora vanno riplasmati aspetti, immagini, speranze, gratitudini, certezze che la persona morta ci aveva dato in vita, con una operazione culturale, cioè con una forza rigenerante che faccia “morire la morte del morto” in noi. È un’operazione che costa fatica; è la fatica di far passare in un valore la persona morta

D’Onofrio S., Le parole delle cose, Congedo Editore, Galatina, 1997, p.85.

Francesca Dragotto

Insegna Linguistica generale e sociolinguistica presso l’Università di Roma Tor Vergata ed è autrice del blog Tuttopoli.com e del videoblog Sentieri di parole di Zanichelli.it

 

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