Contaminazioni in musica. De André e…

Ossia di quando una canzone sporcandosi con altre voci oltre a quella del suo autore acquista forza.


Ero una bambina molto malinconica, da piccola, e un po’ solitaria. Forse parte di questo si deve, oltre al mio carattere, alla musica che si respirava in casa. I miei amavano viaggiare, e durante i lunghi trasferimenti in macchina passavano le musicassette di De Andrè, di De Gregori, Guccini, Vecchioni, Dalla, Bertoli, Battiato e Bennato. Nessuna musica straniera – a quella sono poi arrivata da sola – da adolescente. Ricordo paesaggi meravigliosi che scorrevano dal finestrino, il caldo accogliente della famiglia riunita in vacanza e le parole che mi fluivano intorno. A volte non capivo tutto, alcune situazioni troppo adulte mi sfuggivano ma le sapevo cantare a memoria e spesso mi tornavano in mente lungo gli altri episodi della mia vita o mentre ascoltavo un notiziario. Parole di dolore ed emarginazione, di amori sbagliati e fede, di libertà e sconfitta, parole dure che scorrevano delicate sulla musica, come a voler consolare chi ascoltava del loro significato. Parole soprattutto trattate con rispetto da chi ne sapeva il valore, valorizzando tutta la profonda bellezza della lingua italiana.

De Andrè, Guccini e Vecchioni a cena insieme

Inutile dire che ancora porto nel cuore questi cantautori che mi hanno tenuta per mano in quegli anni.
A Fabrizio De Andrè, però, sono particolarmente legata. Le sue canzoni mancavano dei voli sognanti di De Gregori o della precisione barocca di Guccini ma arrivavano dritte al cuore, lievi. Dopo un ascolto, spesso mi veniva alla mente il verso di Mogol e Battisti, “domandarsi perché quando cade la tristezza in fondo al cuore come la neve non fa rumore”. Trovo che sia una palestra di empatia, il suo riuscire a trasmettere simpatia per i protagonisti delle sue canzoni, nel senso etimologico di soffrire insieme. Non cerca giustificazioni, vuole solo farci capire come i più sentire, cosa può provare un essere umano in quelle condizioni, cosa lo spinge a compiere alcune azioni.
In questo senso, le canzoni che gli sono riuscite meglio sono sicuramente quelle in cui si rispecchiava maggiormente, in cui poteva inserire qualcosa di autobiografico. Per sua stessa ammissione, Amico fragile è totalmente autobiografica.

“La canzone più importante che abbia mai scritto è forse “Amico fragile”, sicuramente quella che più mi appartiene. È un pezzo della mia vita: ho raccontato un artista che sa di essere utile agli altri, eppure fallisce il suo compito quando la gente non si rende più conto di avere bisogno degli artisti.”

Fu lui stesso in un’altra intervista a spiegare come nacquero le parole:

“Stavo ancora con la Puny, la mia prima moglie, e una sera che eravamo a Portobello di Gallura, dove avevamo una casa, fummo invitati in uno di questi ghetti per ricchi della costa nord.

Copertina dell’album volume 8

Come al solito, mi chiesero di prendere la chitarra e di cantare, ma io risposi -«Perché, invece, non parliamo?». Era il periodo che Paolo VI aveva tirato fuori la faccenda degli esorcismi, aveva detto che il diavolo esiste sul serio. Insomma a me questa cosa era rimasta nel gozzo e così ho detto: «Perché non parliamo di quello che sta succedendo in Italia?». Macché, avevano deciso che dovessi suonare.
Allora mi sono rotto le palle, ho preso una sbronza terrificante, ho insultato tutti e sono tornato a casa. Qui mi sono chiuso nella rimessa e in una notte, da ubriaco, ho scritto Amico fragile. La Puny mi ha stanato alle otto del mattino, non mi trovava né a letto né da nessuna parte, ero ancora nel magazzino che finivo di scrivere. “

La inserì nel suo ottavo album, Volume 8, del 1975, particolare perché tutte le altre canzoni sono state scritte in collaborazione con Francesco De Gregori.

“…mi aveva proposto di lavorare insieme dopo avermi conosciuto in un locale di Roma, il Folkstudio.
Passammo quasi un mese da soli nella sua bellissima casa in Gallura, davanti ad una spiaggia meravigliosa dove peraltro credo che non mettemmo mai piede: in quel periodo avevamo tutti e due delle storie sentimentali assai burrascose ed era più o meno inverno. Fabrizio beveva e fumava tantissimo e io gli stavo dietro con un certo successo. Giocavamo a scacchi, a poker in due: ogni tanto prendevo il suo motorino e me ne andavo in giro per chilometri. Al mio ritorno spesso lo trovavo appena alzato che girava per casa con la sigaretta e il bicchiere e la chitarra in mano e che aveva buttato giù degli appunti, degli accordi. Era uno strano modo di lavorare il nostro: non ci siamo mai messi seduti a dire «Adesso scriviamo questa canzone». Semplicemente integravamo e correggevamo l’uno gli appunti dell’altro, certe volte senza nemmeno parlarne, senza nemmeno incontrarci magari, perché lui dormiva di giorno e lavorava di notte e io viceversa.
Le musiche ci venivano abbastanza facilmente – Fabrizio era un eccezionale musicista – e le registravamo su un piccolo registratore a pile.”

De Andrè e De Gregori

La critica suggerì con cattiveria che Faber avesse dovuto ricorrere a Francesco perché era in crisi creativa, e la svolta intimistica deluse i movimenti studenteschi, tuttavia l’opera è stata poi rivalutata. Oceano e La cattiva strada sono testi emblematici di cosa possa produrre la collaborazione fra due cantautori eccezionali.

Amico fragile, però, è qualcosa di più, è quasi una confessione, un flusso di coscienza. Come dichiarato dall’autore stesso, è stata scritta di getto, in una sola notte, dopo una sbronza. Il problema dell’alcool segnerà tutta la sua vita fino alla morte del padre, che gli chiese la promessa ultima di uscire dal vizio. L’inizio e la fine fanno riferimento al vino, ma nel testo non ci sono altri rimandi

“Evaporato in una nuvola rossa”

“Potevo attraversare litri e litri di corallo
per raggiungere un posto che si chiamasse arrivederci”

“E mai che mi sia venuto in mente
di essere più ubriaco di voi
di essere molto più ubriaco di voi.”

Su questo secondo accenno, molto spesso, De Andrè introduceva una variazione quando cantava dal vivo: invece che arrivederci, il posto da raggiungere diventava anarchia.
Non sono un segreto le passioni politiche del cantautore genovese: partito dalla sinistra e dagli ambienti della rivolta giovanile e operaia, scopre più tardi l’anarchia grazie a Brassens, suo riferimento musicale e non, e perfeziona man mano una sua idea personale in proposito.

“Fu grazie a Brassens che divenni Anarchico; furono, i suoi personaggi miserandi e marginali a suscitarmi la voglia  di saperne di più. Cominciai a leggere Bakunin, poi Malatesta, imparai che gli anarchici sono dei santi senza Dio, dei miserabili che aiutano chi è più miserabile di loro. Santi senza Dio: partendo da questa convinzione che ho potuto permettermi il lusso di di parlare anche di Gesù , mi viene il dubbio che anche lui non fosse che un anarchico convinto di essere Dio; o forse, questa convinzione gliel’hanno attribuita gli altri.”

Georges Brassens
“Direi d’essere un libertario, una persona estremamente tollerante. Spero perciò d’essere considerato degno di poter appartenere ad un consesso civile perché, a mio avviso, la tolleranza è il primo sintomo della civiltà, deriva dal libertarismo. Se poi anarchico l’hanno fatto diventare un termine negativo, addirittura orrendo… anarchico vuol dire senza governo, anarche… con questo alfa privativo, fottutissimo… vuol dire semplicemente che uno pensa di essere abbastanza civile per riuscire a governarsi per conto proprio, attribuendo agli altri, con fiducia (visto che l’ha in se stesso), le sue stesse capacità. Mi pare così vada intesa la vera democrazia. Ritengo che l’anarchismo sia un perfezionamente della democrazia”.

La narrazione è in prima persona, e si rivolge ad un pubblico. Probabilmente mentre componeva chiuso nella rimessa aveva ancora in mente le facce delle persone che alla festa l’avevano deluso. In quanto cantore delle persone disagiate l’attualità era per lui una fonte inesauribile di ispirazione. Le dichiarazioni del Papa[Paolo VI, n.d.r.] sull’esistenza del diavolo e sulla necessità degli esorcismi poi facevano leva sul suo legame tormentato con la Chiesa, peggiorato dal tentativo di abuso subito in un collegio ad opera di un prete. Constatare quanto poco le persone intorno a lui fossero interessate al mondo in cui vivevano, e alle sue opinioni, doveva averlo profondamente amareggiato. Tanto più che, nel suo modo di vedere, proprio i ricchi annoiati di cui era circondato avevano il potere di cambiare il mondo. per il momento il giudizio su di loro è molto poco lusinghiero.

“..,osservarvi affittare un chilo d’era
ai contadini in pensione e alle loro donne
e regalare a piene mani oceani
ed altre ed altre onde ai marinai in servizio,
fino a scoprire ad uno ad uno i vostri nascondigli
senza rimpiangere la mia credulità.”

Scena da ” La dolce vita”

In questa folla, si rende conto di avere il ruolo del giullare, di colui che deve solo far divertire. E’ accettato in quanto tale e vezzeggiato come si farebbe appunto con un sottoposto, “ucciso dalla vostra cortesia” puramente di facciata, oppure “meravigliato da luoghi meno comuni e più feroci”. Non viene mai meno, nemmeno nei momenti di rabbia e ribellione, lo sguardo attento, la capacità di cogliere l’essenza delle persone e riproporla in poche pennellate veloci, così come non manca l’ironia:

“Lo sa che io ho perduto due figli”
“Signora lei è una donna piuttosto distratta.”

Una canzone completa, quindi di tutto quello che De Andrè è e rappresenta: la denuncia della parte ricca della società, incurante dei bisogni dei meno fortunati, la simpatia per i più deboli, intesa proprio come condivisione della sofferenza, il difficile ruolo di chi, come lui, non si sente parte di nessuno dei due gruppi a pieno titolo, il sogno dell’anarchia, che renda tutti migliori liberandoci dalle forme, la rabbia stemperata dall’ironia, la poesia delle piccole cose, e infine la denuncia e allo stesso tempo l’orgoglio della propria fragilità.

Dopo la morte, Faber ebbe i riconoscimenti che già nell’ultimo periodo avevano cominciato ad arrivare per le sue opere. Molto commovente e significativo fu in particolare un concerto tributo chiamato appunto ” Faber- Amico fragile”, in cui cantanti che avevano condiviso con lui un pezzo di strada decisero di ricordarlo reinterpretando ognuno la canzone  di Fabrizio che riteneva più significativa, o in cui meglio si identificava.

Fabrizio De André, Vasco Rossi e Dori Ghezzi

Vasco Rossi era già l’animo ribelle del rock nostrano, dopo un periodo di alti e bassi, e scelse per se’ proprio questa canzone. A De Andrè lo legava davvero una forte amicizia. Quando nell’84 il Blasco venne trovato con 26 grammi di cocaina e passò 22 giorni in carcere prima del processo per detenzione e spaccio di droga, solo Fabrizio e sua moglie andarono a trovarlo. Lo spirito ribelle del giovane cantante aveva attratto il cantautore genovese, che lo definì ” l’unico credibile nel ruolo di rocker”. A sua volta Vasco in un’intervista concessa a Repubblica nell’aprile 2014 dichiarò:

“Fabrizio mi venne a cercare, voleva conoscermi, per me era un mito, insieme a Jannacci. Ma De André soprattutto era un fenomeno di cattiveria, a 17 anni ascoltandolo ho capito che si potevano dire le cose con un’ironia feroce, io alla mia maniera ovviamente.”

Oltre al rispetto e all’affetto reciproco, anche la storia di dipendenze li rendeva simili nelle loro fragilità, e probabilmente ha spinto il rocker a scegliere come sua Amico fragile.
La sua interpretazione è da brividi. Intensa, seria, piena di rispetto per l’originale e tuttavia arricchita anche dell’esperienza personale e del tocco di Vasco.

Il 12 marzo 2000, al teatro Carlo Felice di Genova, De Andrè e Vasco suonavano così:

Hipazia Pratt              

Hipazia Pratt
Hipazia Pratt

 

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