FONDI EUROPEI. BREVE ANALISI. RAGIONAMENTI APPROCCI E CONFRONTO

Fondi europei e Italia. Un interessante confronto e ragionamento in tema di fondi europei e Italia con un guru del settore

Fondi europei

Si dice che sia un argomento caldo e che si parli spesso delle possibilità derivanti dai finanziamenti europei per le imprese, per i servizi pubblici e più in generale per lo sviluppo dell’Italia e il benessere dei suoi cittadini.

Tema sensibile, soprattutto in momenti di ristrettezze di disponibilità finanziarie: poca liquidità per famiglie e imprese, poco credito immesso nell’economia cosiddetta reale da parte dei soggetti tipici di finanziamento privato come le banche, procedure non sempre facilmente leggibili e non sempre una puntualità degna di nota tra momento dell’erogazione ed effettiva disponibilità sul conto.

Ieri ho avuto la fortuna di partecipare ad un incontro dedicato ai finanziamenti europei, dove erano presenti fundraiser internazionali tra cui non molti ma nemmeno pochi italiani. Per fundraiser, in estrema quanta approssimata sintesi, si intende una figura impegnata nella raccolta fondi che ha avuto una rapida evoluzione di ruolo e di importanza. Figura originariamente del settore no-profit e impegnata nel reperimento di risorse utili al mantenimento della struttura stessa no-profit e, quindi, alla copertura economica delle attività senza scopo di lucro da essa profuse a vantaggio di una parte o tutta la collettività, nel corso del tempo è stata adottata sia nel settore privato sia in quello pubblico.

Complice, appunto, un quadro del credito in ripresa ma ancora deteriorato rispetto a periodi precedenti al 2008, giusto per fissare una data simbolo e nulla più, la raccolta fondi o fund raising presso istituzioni diverse da quelle appartenenti alla “filiera classica del credito” (cioè bancario) ha conquistato un ruolo strategico nel finanziamento di quelle che sono numerose situazioni che spaziano dal microfinanziamento a veri e propri progetti-quadro nazionali e internazionali di pianificazione strutturale di interventi milionari se non a volte miliardari: potente antidoto a quello che è stato il credit crunch e ai suoi effetti.

Tra i vari finanziamenti non da “filiera classica”, quindi, hanno avuto una vera e propria ascesa di interesse, per progetti, domande e popolarità, quelli europei. Per niente assenti in precedenza, anzi, da tempo stabilmente presenti nel rapporto Comunità prima e Unione europea poi e Stati membri proprio come potente strumento di iniezione di liquidità e, quindi, di leva (pubblica) finanziaria, oggi i finanziamenti europei e il fund raising per progettazione all’interno delle possibilità offerte dall’Unione europea hanno posto al centro come professionalità richiesta il fundraiser, agevolandone l’enucleazione ben delineata e l’identificazione di ruolo specifico in ambito di servizi professionali all’impresa in tema di credito e finanza. L’attività tipica del fund raising può essere esercitata o individualmente o collettivamente, ossia la professione di fundraiser è strutturata in figure professionali singole ed autonome o in impresa societaria.

L’occasione è stata per me ghiotta per accostare diversi di questi singoli professionisti di fama o rappresentanti di rinomate società. Ero, però, più attratto da una figura di tipo “ibrido” in quanto un po’ retaggio del fund raiser “storico” o prima maniera, in quanto progettista per fondi di enti no profit quali fondazioni e università, un po’ icona del contemporaneo, in quanto advisor (gli inglesismi trionfano in questi temi ancor più se europei) di numerose società che si sono avvalse di lui per accedere a tali finanziamenti europei. Più di tutto, il suo fascino ibrido era “oltre”, un ibrido 2.0 per la sua capacità di mettere a sistema o cluster o partenariato pubblico-privato per progetti di risposta a  call (calls for proposals): una capacità di progettazione e una discreta sfilza di vittorie che a pieno titolo lo hanno reso amato da università e dipartimenti o imprese ma anche un po’ più aperto a commenti fuori dai denti rispetto ad un tema che, c’è da dire, ha visto crearsi intorno a sé una sua specifica “bolla” in tipica salsa italiana e con molta sfrontatezza o pressapochismo o inadeguatezza o improvvisazione di molti accorsi ad una sorta di El Dorado del soldo (apparentemente) facile. Dal piccolo con una idea innovativa o al grande con necessità di ogni tipo, dall’idee innovative al consolidamento di posizione, dall’impresa alla politica, tutto il mondo ha iniziato a parlare e discutere di fondi europei ma ognuno con più o meno titolo per farlo.

Sensazione – la mia – di una sorta spesso di improvvisazione da parte di uno o più ruoli nel mondo dei fondi europei che, in questo incontro, avrei potuto vagliare come sensazione legittima o mio pregiudizio infondato proprio con questo guru.

Armato di cellulare per registrare e sbobinare con calma e facendo leva sul mio essere stato invitato come relatore nell’incontro sui temi di mia pertinenza ma più legati all’efficientamento (altro termine abusato e motivo di improvvisazione), mi accosto al guru e gli comunico la mia idea di “intervistarlo” su taluni punti.

Concordiamo sull’anonimato – d’altra parte, io per primo qua sul blog – per questioni di non offrire spazio di sponsorizzazione in casa Said in Italy di chi non ne ha certo bisogno né di essere, però, noi stessi vittime-artefici di una sorta di manfrina.

Chiamiamolo, dunque, visto il suo operare con successo per raccogliere fondi per talune università, Professor Guru. L’incontro G P El Cid (io) con il Prof. Guru

— Professor Guru, parliamo di fondi europei, tema caldo e di confronto anche politico, viste le cifre in ballo e la situazione di difficoltà di accesso al credito. Non è che a volte però se ne parla in modo più funzionale a beghe modaiole che ad effettiva visione e programmazione dall’altro…? Non voglio essere o fare l’italiano disfattista, però a me i conti non tornano…

«Di roboanti affermazioni dei Presidenti del Consiglio in carica ne abbiamo una scorta, raccolta nel corso degli anni. Vi è solo l’imbarazzo della scelta. Anzi ciascun Presidente si è contraddistinto per una visione particolare, per non dire singolare, dei fondi europei, nessuno escluso».

— [Partiamo bene… l’attacco è di quelli forti – penso io – ma non è che ora mi fa il classico contro-pistolotto sui politici… ? ]
«Per rimanere solo alla legislatura in corso, siamo passati dalla lapalissiana considerazione di  Enrico Letta, durante il voto di fiducia del proprio esecutivo, che “l’Italia non può permettersi di sprecare risorse” e quindi   è fondamentale ricordarsi della “centralità dei fondi europei”, alla scoperta dell’uovo di Colombo di Matteo Renzi il quale l’anno scorso, visionando i cantieri dell’Expo, sotto una pioggia battente, maturava una chiara convinzione di come “negli ultimi decenni abbiamo speso male i fondi europei” e di come, dopo attenta riflessione, la soluzione, anzi l’obiettivo del suo governo fosse “utilizzarli meglio”».

— Prof. Guru, però così lei mi pare partire un po’ “orientato”: non è che prima si brillasse anche con altri colori al governo, mi pare…
«Cito gli ultimi due governi solo per questione di vicinanza temporale e non disistima dei soggetti citati. Guardi, in Italia, e le assicuro più che altrove, i partiti politici fanno a gara in ogni contesa elettorale nel contestare le scelte dell’Unione europea che i governi tutti, compreso l’italiano, contribuiscono a determinare e al contempo stesso affermare con sicurezza che i fondi europei dovrebbero essere spesi meglio e sarebbero spesi meglio se loro e il loro programma politico si affermasse. Mi spiego? E la retorica in queste affermazioni generali e a scarso contenuto concreto non è il male peggiore, purtroppo… ci sta che i politici possano fare un po’ di confusione sul tema e non parlo solo a livello nazionale ma anche a livello di enti territoriali, nel locale… ma diventa drammatico negli uffici tecnici e degli enti se poi i pressapochismi o i cortocircuiti tra politica e tecnici la fa da padrone. A volte non si sa nemmeno di cosa si parla ma se ne parla, lo sa meglio di me. Pensi, ad esempio, alla tassonamia dei medesimi fondi europei e alla confusione al riguardo o ai richiami errati».

— «Certo, comprendo, facciamo ordine?» penso dentro di me e starei per chiederlo non fosse che parte già lui…
«Come noto, i fondi europei si possono dividere in estrema sintesi in due macro categorie: diretti e strutturali.

  1. I fondi diretti sono i programmi di finanziamento gestiti direttamente dalla Commissione europea o dalle sue Agenzie indipendenti. Dei programmi diretti il più conosciuto è Horizon 2020, il nuovo sistema di finanziamento integrato destinato alle attività di ricerca e innovazione il cui nome evocativo suggerisce che l’orizzonte del 2020 sarà quello di una Europa più competitiva ma anche sostenibile e inclusiva e tutto questo grazie all’economia della conoscenza. Il budget stanziato per Horizon 2020  è di  78,6 miliardi di € . Un altro molto importante è l’Erasmus + che raggruppa tutte le misure di formazione professionale, educazione superiore e formazione permanente per diverse categorie di soggetti e per le istituzioni formative.
  1. I fondi strutturali rappresentano la maggior parte dei finanziamenti e vengono girati da Bruxelles agli Stati Membri i quali li spendono prevalentemente attraverso enti di gestione statali centrali e locali, vale a dire, nel caso dell’Italia, attraverso PON (Piani Operativi Nazionali) e POR (Piani Operativi Regionali) per ciascuna Regione italiana.

La leggenda dei fondi europei strutturali restituiti all’Unione nella precedente programmazione come tutte le cose che si colorano di retorica politica è sovradimensionata.

Se è un dato che a fine programmazione 2007-2013 diversi miliardi di euro attendevano di essere ancora spesi, è esagerato imputare il tutto ai governi nazionali, anche se una responsabilità dei governi Berlusconi e Monti è evidente sotto questo profilo. Del resto anche i governi Letta e Renzi sono riusciti a farsi rimandare al mittente l’Accordo di partenariato[1] e così ritardare di almeno un anno, se non un anno e mezzo, la partenza dei nuovi fondi strutturali del ciclo 2014-2020».

— Capisco, Prof. Guru, ma possibile che siano sempre questioni così mal gestite solo e sempre a livello centrale e a discapito degli enti locali o comunità locali? Diciamo che un po’ di questi “non spesi” ci sono stati, almeno per mia esperienza ne ho avuto “visione”, no?

«Ha ragione. Spesso i fondi non spesi sono una questione di politica locale. In alcune zone dell’Italia può essere avvenuto, in effetti, un sottoutilizzo dei fondi, in altre meno. Le ragioni poi non dipendono solo dall’inettitudine delle amministrazioni politiche locali che dovrebbero gestire i piani con i quali erogare i fondi strutturali europei. Spesso imprese già in difficoltà economica si sono buttate sui fondi senza una adeguata pianificazione e conoscenza di cosa la finanza straordinaria di un progetto di finanziamento può comportare. Quando l’esito è il fallimento dell’impresa, i fondi si recuperano se il progetto non è terminato o se manca il cofinanziamento dell’impresa. Quindi i fondi risultano non spesi nella contabilità spiccia».

— Lei crede nella possibilità di impatto positivo di questi fondi? Ci sono, le somme ci sono e alla fine diciamo che anche talune delle imprese, alcune di quelle che lei cita, non sono certo virtuoso esempio di approccio. Il problema è sistemico e non solo politico. Una certa parte di imprenditoria ha approcciato da tempo male i fondi europei e fino al 2008 questa parte non piccola di imprenditoria è stata l’evoluzione moderna o 2.0 della favola della volpe con l’uva: «sì sì li voglio, – dicono alcune dell’imprese italiane – sono furba e faccio da sola… che vuoi che sia scrivere una progetto o una domanda… mando l’ufficio marketing magari a scrivere il progetto… non riesco ad arrivarci e/o perdo… e va beh, ma io  non volevo mica l’uva cioè i  fondi, ho sempre fatto impresa senza queste “cose”».  Siamo onesti! Fino a non molto tempo fa, a fronte di imprese virtuose, c’era anche questo e non in casi isolati e un po’ permane. Un modo da parte di non pochi di fare impresa che, più che non essere stata capace di metter su una scala per prendere l’uva, ha scelto deliberatamente di maneggiare da sola la cosa nell’idea di saperla gestire, con presunzione e poi, quindi, delusione. Ora, con le gambe nel pantano della crisi, vorrebbe saltare verso ogni call con il braccio teso al vuoto o supportata ora  da alcuni improvvisati, con il risultato che l’uva resta sui tralci della pergola e le gambe dell’impresa ricadono affondando ancora di più. Eppure bisogna seguire i modelli di tante imprese che, intelligenza loro, hanno fatto “vera” impresa: formato e allocato risorse di lavoro interne o ricercato all’esterno risorse per arrivare all’obiettivo. Obiettivo che rimane più che valido. Giusto?

«Assolutamente sì! E assai. Con un indebitamento per oltre il 125% del PIL e sotto l’occhiuto controllo di enti internazionali e l’attenzione della speculazione finanziaria, l’Italia difficilmente può adottare investimenti a medio termine in ricerca e sviluppo, così come in formazione. Sembra quindi sensato dire che i fondi strutturali possono costituire una opportunità molto importante, soprattutto quelli della nuova programmazione 2014/2020 che ammontano a circa 44 miliardi di euro di fondi strutturali e di investimento europei per il nostro Paese, ai quali andrà ad aggiungersi la quota di cofinanziamento nazionale per circa 20 miliardi di euro

— Quindi?
«Quindi ha ragione lei. Ha detto bene prima. ll pro­blema prin­ci­pale con i fondi europei è costituito dagli attori del sistema Italia, o per meglio dire del non sistema. Manca a livello politico una programmazione dei fondi euro­pei strutturali che tenga conto delle priorità di sviluppo a medio-lungo, cioè che direzione dare al Paese in tema di infrastrutture, priorità e visione d’insieme. Le decisioni pubbliche su come spendere questi fondi nei vari PON e POR, come si è ricordato, possono essere più o meno efficienti, nello spendere tutto il plafond a disposizione; ma certamente l’efficacia degli investimenti tramite i fondi europei non si misura in quanto si spende ma nei risultati ottenuti.

E questo ci conduce ad un’altra grave carenza, già evidenziata da Roberto Perotti e Filippo Teoldi in un articolo di qualche tempo fa,  che è quella relativa alla valutazione sull’uso dei fondi. La valutazione non è, infatti, fatta da soggetti realmente terzi rispetto ai decisori politici o ai fruitori finali dei fondi. Inoltre non viene svolta con regolarità e in maniera uniforme sul territorio nazionale[2].

A fronte della situazione italiana vi sono due approcci.

Uno, quello preferito ultimamente nel circuito politico e mediatico, è quello di ritenere che si debbano costituire comitati, incaricare soggetti autorevoli, ad esempio il CNR, o singoli professori in passato operativi sui fondi europei regionali e delegare a loro la centralizzazione delle scelte di spese e di valutazione di come si spendono i fondi. Questo sistema, dal momento che non agisce a livello strategico ma solo decisionale, secondo me comporterà unicamente una maggiore contrazione dei fondi in mani di pochi.

L’altro approccio è quello di seguire una impostazione che porti ai cittadini una maggiore conoscenza delle possibilità di finanziamento europeo, siano essi imprenditori che necessitano di fondi , studenti che vogliano viaggiare, ricercatori che inventino nuove cose, così come consumatori che desiderino poter avere una maggiore protezione dei loro diritti o malati che vogliano sperimentare cure innovative.

I fondi europei diretti servono proprio per quello e nella nuova visione della Commissione europea per la programmazione 2014/2020 ciò che si imposta nei progetti con i fondi diretti deve poi essere seguito e sviluppato nei fondi strutturali. I fondi diretti se da un lato richiedono un coinvolgimento di soggetti da diverse parti di Europa con un grado di complessità spesso alto, dall’altro hanno meno intermediazioni burocratiche dei fondi strutturali e i meccanismi di aggiudicazione seguono percorsi più trasparenti».

— Per lei quindi, a parte i politici in sé o gli imprenditori in sé e comportamenti da loro micromondo, è un problema di modello strategico e di filiera decisionale? Se mi cita anche studenti, ricercatori e cittadini siamo in una visione che oggi in questo incontro non ho sentito da molti.  

«Guardi, vale anche per l’università, mio lavoro principlae, nell’insegnamento come nella programmazione delle risorse. Questione di approcci e strategie di elaborazione. Mi spiego meglio. Oggi si faceva un gran parlare di Top down e bottom up. Giusto, perfetto, tutto riferito allo specifico, ad esempio, di Horizon 2020. Ma mi provi a seguire in un salto successivo a livello logico e di procedimento. Parliamo in un altro senso di top down e bottom up, alla luce di quello che ho detto prima essere nei due diversi approcci, uno in corso e non da me auspicato di centri decisionali di spesa e di valutazione, il top down della decisione, l’altro di preparazione alla scelta per i cittadini e dei cittadini. L’approccio top down tende ad essere esclusivo e informa i cittadini a valle. Quello bottom up coinvolge privato e pubblico nella definizione di cosa è innovativo e come finanziarlo.

Persino la rete, persino i blog che mantengano reciprocamente informati i cittadini sulle possibilità europee, progetti che si costruiscono dal basso e poi ottengono finanziamenti europei diretti o strutturali, ecco l’approccio bottom-up».

— Addirittura?
«Guardi che non invento niente di nuovo sul tema, semmai nuovo per l’Italia ma non in altre nazioni. Per realizzarsi questo approccio richiede che non solo i cittadini siano più informati ma imparino ad appoggiarsi a chi vive di ricerca e innovazione e non chi si fa pagare per scrivere i progetti europei o, peggio, per chi fa corsi di formazione per insegnare a scrivere i progetti.

Purtroppo è cresciuto un sottobosco di figure, gli euro progettisti, che stanno rovinando un lavoro importante e che all’estero è compreso diversamente».

— Adesso fa come me prima: di tutta un’erba un fascio…
«Non mi fraintenda. Non voglio ragionare su categorie di tale fatta ed essere così presuntuoso da voler inquadrare in giudizi sbrigativi. Il tema è complesso e ora lo rendo così categorico solo per economie di tempo di questo coffee break. E – sorridendo – apprezzi almeno il fatto che inserisco anche me, come professionista pagato, in questa critica…  mi do dialetticamente la zappa sui piedi da solo. E non sono, d’altra parte, nemmeno un visionario. Fuori dall’Italia si lavora insieme per creare qualcosa, l’esperto di progettazione come il portatore di interesse o di idee.

In Italia ci si fa spesso pagare per scrivere qualcosa in euro burocratese senza preoccuparsi dell’esito. Peraltro non è che la conferma del non sistema Italia. Si vede questo a livello politico, lo si constata a livello consulenziale.

L’approccio bottom up non necessariamente si deve declinare in maniera totalmente contrappositiva con quello top down. Sicuramente per la Commissione europea è cruciale che le più ampie categorie di destinatari di finanziamenti siano informati delle possibilità offerte. Anche perché i fondi non sono più per la Commissione europea l’elemento principale per realizzare una Unione europea competititiva, sostenibile e inclusiva, ma solo uno strumento per aiutare a creare qualcosa di nuovo in una fase di startup, nella quale l’assenza di un aiuto pubblico può spaventare dall’intrapresa.  Oppure i fondi servono per supportare la diversificazione di qualcosa che già esiste e che richiede tuttavia un cambiamento perché non più adatto ai tempi o alle condizioni della concorrenza. In una fase di valorizzazione, l’aiuto pubblico è utile a non scoraggiare chi deve ricondizionare, ad esempio, una impresa con quello che ne consegue per la forza lavoro e il capitale immateriale che non deve essere sprecato.

Tutto deve partire dal mercato e tornare al mercato, sia esso un mercato di servizi sociali, di prodotti competitivi o di capitale umano. In altre parole, tutto nasce dalle idee e dal mettersi insieme delle persone.
In questo modo, la speranza è che il citizen engagement possa realmente contribuire a cambiare e dare una direzione di innovazione, parola chiave della nuova programmazione europea, ai politici nazionali e ai decisori pubblici nei ventotto Stati Membri dell’Unione, tra i quali è ricompreso il nostro Paese. Vero che innovazione vuol dire tutto e vuol dire nulla, ma la voluta indeterminazione della parola ci aiuta a prefigurarci un orizzonte di possibilità per chi voglia esplorarle».

Il Moderatore ci richiama in sala per la ripresa della discussione e pure della mia relazione. Parte della mia relazione cambia e vado a braccio, nello stupore di chi aveva in mano la copia cartacea. Imprimo una brusca sterzata dal mio contenuto previsto e, degno del miglior Paul Cayard, la virata mi convince e mi gratifica sempre di più in corso d’esposizione e vedo che anche nell’uditorio c’è un sano accoglimento e anche qualche cenno col capo di consenso, mentre il Professor Guru, che cito nel finale, si schermisce per la sua timidezza che prima aveva potuto vincere nel fervore delle sue risposte alle mie domande.

G P El Cid

El Cid

[1]http://www.repubblica.it/economia/2014/08/13/news/lettera_ue_bacchetta_l_italia_non_avete_una_strategia_a_rischio_40_miliardi_di_fondi-93668748/ (N.d.R)

[2] Roberto Perotti e Filippo Teoldi, Il disastro dei fondi strutturali europei, 03.07.14, in http://www.lavoce.info/archives/20835/fondi-strutturali-europei-disastro/ (N.d.R.)

 

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