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Il realismo poetico musicale di Pierangelo Bertoli. Maria Teresa. Storia di un amore difficile in una melodia leggera

Il realismo poetico musicale di Pierangelo Bertoli. Maria Teresa. Storia di un amore difficile in una melodia leggera

C’è tanto profumo di amore e di quello spirito critico militante tipico di fine anni ’70 e inizio anni ’80, dove i contrasti tra temi forti e coscienza sociale (italiana, soprattutto, ancora chiusa rispetto al contesto dei paesi esteri di riferimento) lasciavano marcate impronte anche nella musica.
C’era chi si cimentava nel “surrealismo verboso” (G P El Cid, cit.) su musiche d’avanguardia per i tempi, come per il primo – sempre immenso – Franco Battiato e c’era chi come Pierangelo Bertoli, invece, più “artigiano musicale” – come lui stesso si amava definire – ricercava il realismo del quotidiano e nelle melodie l’elemento di matrice popolare, folk-rock o rock-folk (ognuno pesi i due termini sia in senso assoluto sia specifico, dandone l’ordine che preferisce e non ne abbiano a male i puristi del “folk rock” in tale ordine).
L’accostamento tra Franco Battiato e Pierangelo Bertoli non paia una forzatura: entrambi sono alfieri di una volontà di rinnovamento che nel primo è una surreale, appunto, ma pur sempre raffinata e aristocratica frattura formale rispetto a canoni stilistici percepiti da Franco Battiato come ormai logori, goffi e di impiccio, mentre in Pierangelo Bertoli è una verve iconoclasta frontale, “a muso duro” come da titolo di sua stessa canzone, ma senza rompere con le sintassi espressive “normali” dell’ uomo comune.
In questa canzone, Maria Teresa, la protagonista è una donna comune.
Pierangelo, infatti, non ricercava uno stile aristocratico, non si rifaceva ad una volontà di stucchevole affermazione stilistica ma andava al sodo dei contenuti. Vedeva nel sociale  un campo di impegno e di lotta per un rinnovamento di portata generale e con un occhio sempre di riguardo all’individuo e all’interno di un canale comunicativo popolare, comprensibile e non stucchevole. Comune la modalità di comunicazione ma non comune nella portata dei contenuti.
Non c’era, infatti, un tentativo generalista che scolorava e diluiva in un brodo unico di massa le necessità e le specificità del singolo, del soggetto “apparentemente normale ma ricco di debolezze o debole di ricchezze (G P El Cid, cit.),  meno medio e di massa proprio perché debole e come tale a margine o quasi della stessa massa popolare.
Pierangelo parlava di una persona per cantare la storia di tanti, questo sì. Aveva la capacità di elevare ad emblema la persona qualsiasi, anche un “figlio d’un cane” (altro titolo di brano “condiviso” con il primo Luciano Ligabue, cioè scritto da Luciano Ligabue e interpretato la prima volta da Pierangelo Bertoli), e il qualsiasi era in realtà la personificazione della comune presenza di problemi intimi e individuali che di fatto sono un comune denominatore “legante” proprio del popolo, ricco o non ricco.
La sua trasversalità nell’analisi dei sentimenti umani era un collante che faceva da contrappeso alla sua verve iconoclasta.

Maria Teresa, credo (e con questo “credo” ne approfitto per ringraziare G P El Cid che mi ha ispirato e guidato nella stesura di questo post, essendo stato lui ad introdurmi alle canzoni di Pierangelo ed avendomi da subito lui offerto chiavi di lettura che ho fatto mie al primo ascolto), ebbene Maria Teresa credo sia nata così e credo che sia una delle canzoni simbolo di questa capacità di realismo musicale, all’opposto dell’elegante surrealismo del primo Battiato.
Maria Teresa è apparentemente una donna qualsiasi, estratta quasi a sorte da un elenco telefonico ma… i ma sono tanti (“è riferita alla cugina di Pierangelo ma non ho notizie su di lei”, dal sito dei fan di Pierangelo) e l’apparente grigiore introduttivo e la scenografia delle poche righe iniziali cedono subito il passo ad un contesto ben diverso. Ed ecco che compare Giovanni (e basta il solo nome…) che di azzurro non ha del principe il mantello ma gli occhi: occhi che valgono ben più di una livrea e del cavallo bianco del protagonista delle favole… io vi lascio al testo che, invece, vale più di mie mille altre parole… (mi sono permessa di mettere in neretto alcuni punti che sono centrali e che, chi avrà piacere di seguirmi fino in fondo, proverò ad analizzare dopo la lettura del testo medesimo e l’ascolto del brano).

Maria Teresa(P.Bertoli – M. Dieci) 

Maria Teresa forse troppa fantasia,
giornate uguali, poche notti di follia,
fragili ricordi,
sulla fronte qualche ruga in più,
volti appena scorti,
poco amore nella gioventù.
Giovanni ha gli occhi come un cielo a primavera
e i suoi vent’anni sono un varco alla frontiera,
soffre d’innocenza,
prende dalla vita quel che c’è,
come in una danza
lui si aspetta che con te
non resteranno giorni bui
se solo tu sarai con lui
fin quando tu lo cercherai
finché al suo amore crederai
finché vincerai
fino a quando sulle soglie del suo mondo
lui vorrà sapere che ci sei.
Maria Teresa quanta gente non approva
quell’espressione, quella faccia quasi nuova
frugano i tuoi sogni
alzando le barriere dell’età,
contano i tuoi giorni,
pesano la tua diversità
.
Maria Teresa quanta voglia di poesia,
convalescente di un’eterna malattia
la tua strada aperta
mostra della vita quel che c’è

fuori dalla porta
lui si aspetta che con te
non resteranno giorni bui
se solo tu sarai con lui
fin quando tu lo cercherai
finché al suo amore crederai
finché vincerai
fino a quando sulle sogli del suo mondo
lui vorrà sapere che con te
non resteranno giorni bui
se solo tu sarai con lui
fin quando tu lo cercherai
finché al suo amore crederai
finché vincerai
fino a quando sulle soglie del suo mondo
lui vorrà sapere che ci sei
lui vorrà sapere che ci sei.

 

Maria Teresa è una donna ormai non più giovane e il non più giovane di quegli anni in cui Pierangelo scriveva e cantava possiamo definirli a buon titolo i 35-40 anni di una donna di oggi e faticheremmo a vedere oggi come donna che si deve rassegnare ad una vita solitaria e ritirata. Pierangelo è poetico nella descrizione: sono pennellate leggere che con pochi tocchi ci danno la dimensione di chi fuori debba apparire in un certo modo o debba essere rassegnata per decisione sociale non certo sua. Dentro c’è la fantasia, fin troppa, perché rifugio unico che ha nella clausura sociale a cui è costretta.

Quante donne di oggi, io per prima, accetterebbero una situazione così?
Eppure, sempre da donna pur di epoca ben più aperta ed emancipata, questa situazione di intimo senso di “inadeguatezza” io non posso disconoscerlo: è nel nostro animo, almeno nel mio.
“Maria Teresa forse troppa fantasia, giornate uguali, poche notti di follia, fragili ricordi, sulla fronte qualche ruga in più, volti appena scorti, poco amore nella gioventù.”. Eppure oggi noi donne, se non tutte almeno in buona parte, abbiamo certo modo di “farci un’esperienza” che è ben distante da questa di Maria Teresa ma quel senso di noia o di insofferenza ancora è un elemento transgenerazionale. In questa immagine è difficile non ritrovarsi, se non come percorso che l’ha generata, almeno come risultato di sensazione finale.
Ma poi arriva l’imprevisto, l’inaspettato. Quando pensi che il tuo corpo nella fisicità (“qualche ruga in più”) sia ormai distante da certe accondiscendenze al piacere e piacersi, e quando ormai forse anche il cuore si è rassegnato al vuoto noioso dell’essere sola ecco che arriva forse il più banale tra i nomi, Giovanni, e spazza i castelli di fantasie forse troppe e va oltre, verso una dimensione del vero e dell’amore possibile e non immaginato. La portata dirompente dell’arrivo di Giovanni, infatti, è magistralmente descritta da Pierangelo Bertoli grazie agli occhi di Giovanni stesso: “Giovanni ha gli occhi come un cielo a primavera e i suoi vent’anni sono un varco alla frontiera, soffre d’innocenza, prende dalla vita quel che c’è“.
Varco alla frontiera: un’immagine, a mio avviso, meravigliosa grazie ad una sintesi che racchiude un rapporto. Non è un rapimento virilmente amoroso del principe azzurro ma un’opportunità offerta alla  non-principessa Maria Teresa, libera di accettare o meno il passaggio per quel varco. Giovanni non è Rambo né appunto principe azzurro: soffre di innocenza e dalla vita prende quel che c’è, è un antieroe per definizione ma nella chimica amorosa è speciale e dirompente la sua presenza.
Il passaggio per quel varco non è certo facile perché ecco che il perbenismo bigotto ritorna esplicito e non più relegato nei timori iniziali: “quanta gente non approva quell’espressione, quella faccia quasi nuova frugano i tuoi sogni alzando le barriere dell’età, contano i tuoi giorni, pesano la tua diversità“.  Nell’essere ficcanasi (“frugano i tuoi sogni” come fossero cassetti, immagine stupendamente resa) Pierangelo Bertoli passa dal soggetto al singolare “gente” al verbo in terza persona plurale e, concessione o no alla metrica del verso, forse è proprio una geniale variazione che nel cambiamento di concordanza tra soggetto e verbo sottintende una sorta di distinta e capillare azione da parte di molti di quella gente che, ciascuno rispondendo al comune dio del comune del perbenismo, operano la loro liturgia officiando singolarmente, come uno stillicidio. Non una pubblica “lapidazione”, non un assalto frontale (“frugano”) ma un ripetersi diffuso da mercato rionale (contano…pesano) ed è sublime la sintesi di tutto questo nell’alzare “barriere dell’età, in contrapposizione al varco offerto da Giovanni. Quella mercatale opera dissuasiva e di rimessa in ordine nel ciascuno-al-suo-posto ha ben espressa la sua forza di compenetrazione tra i conflitti medesimi che Maria Teresa avrà avuto in quel (il suo passato, il suo desiderio, la paura di cambiare fosse anche in meglio) e la gente. La situazione, cioè, rimette al centro Maria Teresa non come soggetto attivo e autonomo ma come un’educanda, un centro centripeto di giudizi altrui su un nocciolo di poca fiducia sua.
Ma la fiaba ha il suo esito positivo: non sapremo mai se il rapporto tra la matura quasi quarantenne e il giovane Giovanni sarà poi cresciuto e si sarà consolidato (nel link seguente esperti fan dicono che forse sì…http://win.bertolifansclub.org/domanderisposte.html), ma possiamo dire che Maria Teresa avrà reagito, avrà concesso a sé ( e a Giovanni) di provarci, di vivere. La forza è proprio nella poesia che è riuscita a germogliare sul terreno della fantasia iniziale, con il seme dell’amore di Giovanni e – passatemi l’immagine forte – il concime del letame del giudizio bigotto. Maria Teresa “quanta voglia di poesia, convalescente di un’eterna malattia la tua strada aperta mostra della vita quel che c’è”…
Questa parte finale risolve il tutto e lega nei parallelismi coi versi su Giovanni (prende dalla vita quel che c’è/ mostra della vita quel che c’è) e sulla gente (quanta gente non approva/quanta voglia di poesia) la soluzione presa da Maria Teresa, non a caso, convalescente di un’eterna malattia… che si chiama amore.

Mentre la “televisione di quegli anni e buona parte di una certa produzione artistica ci “regalavano” opere il più delle volte pruriginose, dove l’uomo maturo aveva quasi la “giusta” possibilità di riscatto virile e sentimentale con la giovane allieva o Lolita di turno e il tutto andava a gettare ulteriore incenso su un ruolo servile e quasi strumentale della bellezza e dell’età giovane di una donna al riscatto di un uomo fallito o quasi, ecco che Pierangelo Bertoli, con un testo a mio avviso mai  così ben compreso, ci restituiva una situazione opposta, senza rozzezze o pruriti, con forza iconoclasta ma propositiva […]” (G P El Cid, cit.) e che forse noi stesse donne, nelle legittime rivendicazioni nostre, non abbiamo mai notato né opportunamente utilizzato.

Pierangelo era capace di queste cose straordinarie: fare critica disarmante non sterile ma offrire un modello diverso; scrivere profondi manifesti di etica sociale con la leggerezza di un testo da canzone dalla melodia “facile”.

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Un esercito di cavalieri, dicono alcuni, altri di fanti, altri di navi, sia sulla terra nera la cosa più bella: io dico, ciò che si ama. È facile far comprendere questo ad ognuno. Colei che in bellezza fu superiore a tutti i mortali, Elena, abbandonò il marito pur valoroso, e andò per mare a Troia; e non si ricordò della figlia né dei cari genitori; ma Cipride la travolse innamorata

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