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Intervista a Giovanni Falcone (da Babele del 12 gennaio 1992)

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Così nel terzo capitolo dal titolo Contiguità nel libro “Cose di Cosa Nostra” Giovanni Falcone scriveva per ribadire l’importanza centrale di uno sforzo metodologico che in qualsiasi analisi di sociale deve esserci: empatia e non proiezione.
Il libro edito nel 1991 e scritto con la giornalista francese Marcelle Padovani è ancora oggi allo stesso tempo linearmente attuale e sorprendente. I tempi non hanno modificato l’efficienza su ogni piano di questo approccio, dell’approccio investigativo di Giovanni Falcone; non hanno interrotto la linearità di un metodo di indagine e di tassonomie che, oggi come allora, sono rigorosamente consolidate. Il suo essere sorprendente, purtroppo, dipende dal suo staccarsi dal rumore di fondo di una coscienza collettiva quanto di una (immatura e rumorosa psuedo…) competenza di addetti ai lavori. Anche di spessore, come di spessore è Corrado Augias e che, nonostante questo spessore professionale, umano e intellettuale, eppure pare annegare nel rumore di fondo e perdere di vista la solidità delle affermazioni di Giovanni Falcone, a volte scadendo in una sorta di incerto mix di ironia e scandalo.
Giovanni Falcone rimane empatico anche rispetto al rumore di fondo di questa intervista emblematica.
La riportiamo con un brogliaccio di trascrizione parziale, non come atto di accusa a posteriori – sarebbe gratuito quanto non empatico se non vigliacco – verso nessuno, ma come uno degli innumerevoli gioielli dell’eredità di Giovanni Falcone.
Capacità penetrante sua che viene colta a momenti dagli occhi e dalle orecchie del suo tempo come autismo visionario se non deludente, persino dalla intellighenzia di quel tempo, e non è purtroppo percepita, riconosciuta e accolta come normalità di approccio.
Proprio perché nel rumore di fondo solo pochissimi raffinati – e inevitabilmente isolati – analisti sanno essere empatici senza proiettare se stessi, nelle loro piccole e grandi misure autoreferenti.

Questa l’intervista. Buona visione e grazie a Vanessa Mara Pessoa per la trascrizione.

G P El Cid

 

http://www.raiplay.it/video/2017/05/Babele-Augias-intervista-Falcone-9a7123fd-1065-4121-825a-76b5a609321c.html

Corrado Augias nella trasmissione Babele intervista Giovanni Falcone come autore del libro “Cose di Cosa Nostra”, 12 gennaio 1992

GIOVANNI FALCONE ( PALERMO 18 MAGGIO 1939-PALERMO 23 MAGGIO 1992)

Corrado Augias -Giudice Falcone questo è un ottimo libro, un libro che dirò subito sorprendente e anche scandaloso, scandaloso nel senso che vedremo poi, spero che venga fuori nel corso della conversazione. Un libro che non soltanto è stato apprezzato e so tra l’altro che si vende bene, ma ch l’ha esposta ad alcune critiche, perché un giudice deve scrivere un libro, non sarebbe meglio che un giudice operasse secondo giustizia e tacesse?

Giovanni Falcone -Io non ho parlato se non di incidentale, di specifici episodi riguardanti la mia attività professionale. Io mi sono limitato a parlare di un fenomeno non tanto direi proprio solo sullo sfondo ci sono i processi, ma al centro c’è proprio la mafia come fenomeno criminale. E credo che sia importante parlarne, parlarne correttamente perché non vi è dubbio che vi sia una maggiore sensibilità sociale rispetto a questi gravissimi problemi, ma spesso manca la correttezza dell’informazione.

C. A. -Ehm posso dirle una cosa prima che incominciamo a vedere nel merito alcuni dei punti che sono moltissimi, di questo suo libro: è una sensazione quasi personale, ma condivisa, lo so. Noi abbiamo imparato a conoscerla quando lei viveva barricato laggiù e l’abbiamo forse un po’ mitizzata. E adesso che sta al Ministero e che scrive, come lei scrive di tanto in tanto, editoriali sulla stampa, le sue posizioni sembrano più morbide, più sfumate. Non vorrei dire che ci ha un po’ deluso negli ultimi tempi, ma sicuramente è cambiato. Lei lo sa? Ne è consapevole?

G. F. -Ma io credo che sia mutato invece l’atteggiamento un po’ globale un po’ complessivo rispetto a questi problemi e spesso capita che se la realtà non è quale la si desidera o quale la si pensa è la realtà che è sbagliata non siamo noi.

C. A. -Dott. Falcone ho detto prima che questo libro mi è parso scandaloso, volevo precisare perché. Perché lei dimostra in più punti, potrei citarglieli, una profonda stima intellettuale nei confronti della Mafia.

G. F. -Mah conoscere un fenomeno non significa né condividerlo, né tanto meno stimarlo. Io mi sono sforzato di metterlo in luce per quello che mi è apparso ma certamente non ne condivido le finalità.

C. A. -Certo non ne condivide le finalità, ma lei arriva a scrivere delle cose che a me sono parse gravi la prima volta che le leggevo, se non altro da una fonte così autorevole. Lei ad un certo punto scrive testualmente:” la Mafia ha sostituito in quell’isola lo Stato, impedendogli di sprofondare nel caos”. È un’affermazione immensa, enorme.

G. F. -Non sono gravi queste affermazioni, sono gravi i fatti sottesi a questa affermazione.

Ragazza del pubblico -Lei dice:” Basta parlare della Mafia come di una piovra o di un cancro! Dobbiamo riconoscere che ci rassomiglia. ( Corrado Augias: A chi?)… appunto a chi? Ai siciliani? Ai meridionali? Agli italiani? A chi assomiglia la Mafia?

G. F. -Assomiglia ai palermitani, ai siciliani, agli italiani, all’uomo in genere. Intendevo dire né più né meno che non sono poi tanto diversi dai comuni mortali. Non sono dei marziani ecco: questo intendevo dire.

C. A. -Falcone però lei dice anche una cosa: che la Mafia affascina i siciliani, ma perché li affascina?

G. F. -Intendevo dire che la ideologia, chiamiamola così, la subcultura che è sottesa al fenomeno mafioso non è altro che la sublimazione ma soprattutto la distorsione di valori che in sé non sono censurabili,e che sono propri delle popolazioni del Mezzogiorno d’ Italia e soprattutto della Sicilia. Se così è, è chiaro che la Mafia, in certa qual misura, non è estranea al tessuto sociale che la esprime. […] spesso, nella sostanza, spesso condizionati dalle esigenze contingenti della lotta politica siamo portati a dare, di questi problemi, e in particolar modo dei rapporti tra mafia e Politica una lettura che in realtà è inadeguata rispetto alla gravità del problema. E la gravità del problema è data dal fatto che è la Mafia a porre in condizioni di autonomia le regole del gioco.
Ragazza del pubblico 2 -Scusi, Dott. Falcone, io volevo chiederle una cosa: lei dice nel suo libro che in Sicilia si muore perché si è soli. Giacché lei fortunatamente è ancora tra noi, chi la protegge?

G. F. -Beh questo significa che per essere credibili bisogna essere ammazzati in questo Paese!
Ragazza del pubblico 2 -No, io non dicevo questo!

Ospite -Forse voleva fare una domanda…

G. F. -Fino ad ora sono vivo…

Ospite -Ma lei spiega molto bene che bisogna proteggersi molto…

C. A. – Lei ne parla a lungo nel libro della protezione, del non voler, ehm… dell’essere sempre coperto…

G. F. – Questo è un paese felice in cui se ti si pone una bomba sotto casa e la bomba per fortuna non esplode la colpa è tua che non l’hai fatta esplodere

C. A. -No per carità!!!

G. F. -Guardi che è così!

C. A. -Non lo deve dire… Questo è molto amaro, forse la cosa più amara…

Ospite -È stato scritto ed è stato detto!

Ragazza del pubblico 3 -Volevo sapere dal Giudice Falcone se è vero o è un luogo comune che la mafia sia riuscita ad arrivare ai vertici del potere quindi anche a Roma.

G. F. -Anche questa, se mi si consente, è una frase grave che però rispecchia un luogo comune. Che cosa significa essere arrivati al vertice, che cosa è il vertice del potere, in che periodo è andata al vertice del potere… Tutte queste cose dovremmo dire. Insomma ecco quello che mi sforzo io di dire è questo: cerchiamo di sfuggire dagli schemi mentali, cerchiamo di togliere di mezzo i luoghi comuni e parliamo sul concreto di determinate cose per cercare prima di tutto di chiarirle a noi stessi per poi poterle chiarire agli altri.

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