Istruzione, una lezione all'Università - Said in Italy
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Investimenti in istruzione, l’Italia è tra gli ultimi paesi in Europa

Italia terzultima in Europa per spesa in istruzione. La Germania spende il doppio

Riprendiamo un interessante articolo pubblicato quasi un anno fa su Il Sole 24 Ore, a firma di Alberto Magnani
http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2017-08-29/italia-terzultima-europa-spesa-istruzione-germania-spende-doppio-190050.shtml

L’Italia si conferma tra i fanalini di coda su scala europea per investimenti in formazione: il 4% del Pil, sotto di quasi un punto percentuale rispetto alla media della Ue (4,9%) e poco più della metà di quanto investito da Danimarca (7%), Svezia (6,5%) e Belgio (6,4%). Una media che supera di poco la spesa totale dei privati, pari al 3% del Pil secondo le ultime rilevazioni Ocse.

A dirlo sono gli ultimi dati Eurostat, riferiti al 2015 e calcolati sul totale di risorse destinate al segmento “education” dai governi nel perimetro dell’Unione. Gli stati membri spendono un totale di 716 miliardi di euro sul settore, una quota pari al 4,9% del Pil continentale e la quarta voce di spese dopo protezione sociale (19,2%), salute (7,2%) e servizi pubblici (6,2%). Peggio della Penisola fanno solo la Romania (3,1%) e l’Irlanda (3,7%), mentre la Germania resta su valori percentuali abbastanza simili (4,3%). La prospettiva, però, diventa un po’ diversa quando si guarda ai valori assoluti: il governo tedesco mette sul piatto quasi il doppio di noi, 127,4 miliardi di euro contro i 65,1 miliardi dell’Italia.

L’articolo prosegue con infografiche ben rappresentative di questa posizione in classifica e con alcune considerazioni di rilievo su cortocircuiti derivanti, sul disallineamento dell’offerta da parte di neolaureati rispetto alla domanda di competenze nelle aziende.

Istruzione, una lezione all’Università – Said in Italy

Perché l’Italia è spesso in fondo alla classifica in investimenti in istruzione e formazione?

Purtroppo, in riferimento al tema il purtroppo, ci sono forse da considerare due aspetti.

Uno sistemico, che dice che meno chicchi di grano consumo oggi più posso investire e più piante avrò domani: investire in educazione e formazione è “bruciare” risorse oggi per avere un molto probabile ritorno poi, il tutto considerando anche le spese dei paesi vicini (una visione organicistica in cui oggi conta non più di domani e dove l’individuo di oggi è in funzione di un ordine).

L’altro è un aspetto di gruppo di riferimento (l’Io è sopra il resto, sopra la funzione di gruppo esteso, è individualismo, da intendersi in senso non morale ma neutro): meno accessibilità concedo al basso, più nel breve rendo più caro e di maggior valore il mio apporto. Vale per i governi di un certo taglio, governi espressione di chi è già e di chi ha già, ma vale anche per i piccoli che ce l’hanno fatta e sperano che non si salga oltre per gli altri; vale per gli albi professionali, per ogni situazione in cui c’è una barriera all’ingresso. L’Italia culturalmente, e per unire i due filoni, non è una realtà che apprezza troppo la mobilità (verticale) tra i livelli e (orizzontale) i gruppi.
Non è un male di per sé: se abbiamo capolavori figli di competitività estreme e frammentate è molto dipende anche da questo modo di intendere le relazioni politico-sociali.
Dove c’è un minor proliferare di gruppi/corporazioni (in senso neutro-storico originario del termine) e di barriere all’ingresso e dove c’è maggior mobilità tra livelli , forse investire in formazione ha un suo più naturale senso, è una bussola orientata.

Istruzione: Rocci o Photoshop?

La sfida, poi, è tematica: insegnare ancora greco o insegnare informatica? Rocci o Photoshop, cioè meglio un dizionario corposo di greco-italiano o un corso scolastico di postproduzione fotografica? Anche qua, non capire è sistemico, è una confusione tra livelli come se ogni materia o campo vivesse di suo ecosistema chiuso. Peccato che, come insegno nei corsi universitari e postlaurea – e io non sono un genio e siamo sempre tra le opinioni personali – un “campo” così apparentemente d’avanguardia come il Social Media Marketing (anche asservendomi io ora ad una grafia di tipo anglosassone e non certo italiana, con queste maiuscole) ha più peso semantico di tipo latino che anglosassone, e, soprattutto, ha nei nomi in sé, nella loro matrice più del latino che dell’inglese.
Secondo me c’è confusione a livello tassonomico, (quasi) epistemologico in Italia, già da prima dello spiazzamento nel mondo reale. La confusione tra istanze diventa quindi una pessima autorganizzazione del comparto ricerca e studi, dato che non è solo dall’alto che piovono gli errori, e l’inevitabile adeguamento e successiva programmazione a cordoni del borsello tirati da parte dei governi.
G P El Cid
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