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L’Ulisse di Dante e il suo epifonema: «Considerate la vostra semenza: fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza»

Aforismi - Dante Alighieri - Ulisse - Fatti non foste - Said in Italy

«Considerate la vostra semenza: fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza»

Si conclude così l’esortazione dell’Ulisse dantesco, con questo epifonema rivolto ai suoi compagni di viaggio, nel racconto fatto a Dante nel canto ventiseiesimo durante il loro incontro nell’VIII Bolgia del Cerchio VIII.
Dante, con il pregresso e dopo aver qua trovato ben cinque fiorentini tra i consiglieri fraudolenti condannati alla pena eterna, ormai ha definitivamente maturato l’idea che Firenze sia inesorabilmente pervasa dalla mala politica, della corruzione e della malvagità: altra soluzione ad una situazione così incancrenita è mutilare il male, non altrimenti emendabile se non in via punitiva, fisica, esemplare con logica anche deterrente.
Un nuovo ordine sociale, saggio e virtuoso, è ovviamente auspicato e perseguibile ma solo dopo aver eradicato l’avidità di soldi e potere, la corruttela politica che con brama violenta ha perpetrato ogni forma di abuso e sopruso.
Davanti a Dante la bolgia si palesa come un fitto agitarsi di fiammelle, di lingue di fuoco, che vagano senza una direzione precisa, contrappasso per tutti gli uomini politici di grandi capacità intellettuali che abusarono della loro intelligenza e del loro potere per interessi personali.  Sono tanti i personaggi, che qua ritrova come inconsistenti fiammelle, che ebbero gloria, fama, non certo persone medie o mediocri: figure vincenti, decantate e osannate durante la vita ma che condussero al delirio etico e morale sé e quanto era loro dovere dirigere con saggezza e onestà.
Il panorama convulso e la scena iniziano a questo punto a riempirsi  ed esser monopolizzati della presenza di Ulisse, posto in un’unica fiamma a due punte, perché condivisa da Ulisse stesso e dal suo fidato Diomede.
L’Ulisse di Omero dista lo spazio non solo di una vita ma di un completo ribaltarsi di prospettiva; dista un’altra maternità, figlio di una tradizione che ha filtrato nel profondo dei suoi geni il suo modello.
Dante conobbe un Ulisse non omerico ma latino e, a sua volta, reso spurio rispetto all’originale integrato con tutta la concezione teologica medievale: l’uomo che è uno straordinario modello virtuoso delle doti terrene ma non le indirizza verso l’elevazione dello spirito. Ulisse, per Dante e la tradizione che lo racconta a Dante, è l’uomo che si è avviluppato nelle sue stesse immense capacità, che ha deviato in un percorso di crescita per perdersi sul piano raggiunto. L’Ulisse di Dante è l’uomo che è un antitesi del modello cavalleresco: vive per sé, per un egoismo non solo o non tanto individuale ma di categoria, per essere un uomo che usa le sue doti per affermare le medesime e contemplarne la massima espressione. Ulisse è l’uomo che trasforma le doti in fini, gli strumenti in traguardi, i metri di azione in obiettivi di vita.
Il fallimento di questo modello, per Dante, è intrinseco ed inevitabile.

Dante, Inferno canto XXVI, incontra Ulisse nella fiamma a doppia lingua di fuoco, miniatura. MS. Holkham misc. 48, p. 40 Bodleian Library, U. of Oxford
Dante, Inferno canto XXVI, incontra Ulisse nella fiamma a doppia lingua di fuoco, miniatura. MS. Holkham misc. 48, p. 40
Bodleian Library, U. of Oxford

L’intelligenza, per quanto sublime strumento umano, non può essere schiava di una sorta di bulimia della conoscenza. L’indagine conoscitiva non deve essere attratta dal buco nero di una corsa infinita verso l’ignoto umano ma deve illuminare il percorso verso il divino e, d’altra parte, la sola conoscenza non può comunque condurre al divino.
Per il cristiano dantesco la sola conoscenza umana porta al massimo a intravedere Dio ma non alla sua conoscenza: avvicina ma non porta, conduce a livello di orizzonte e nulla più, come il profilo e solo profilo della montagna del purgatorio è l’orizzonte massimo a cui il più intelligente, astuto e ardito della tradizione e dell’epopea umana può  spingersi ad intravedere.

Senza la grazia divina ogni sforzo di virtù è un mero esercizio estetico ed edonistico.
Chi si considera ed è considerato protagonista della storia deve considerare che il ruolo è una chimera in realtà utile solo in una prospettiva di relazioni terrene ma non su un piano di storia in senso assoluto. Pensarsi protagonisti del proprio destino, se spinge sui limiti dell’orizzonte solo terreno, è tracotanza.
Il paradosso dell’Ulisse di Dante è che non per questo ultimo viaggio di cui Ulisse parla a Dante egli è all’inferno: la sua condanna è compiuta ben prima e la sua collocazione nella geografia infernale dantesca è chiara. Egli non paga il prezzo di quello che lui stesso definisce folle volo, ma tutte le astuzie e malizie che lo resero, in un’ottica cavalleresca, macchinosamente spregiudicato e non eroicamente virtuoso. Non gli si negano le capacità ma i modi di utilizzo e il disprezzare di regole non solo umane ma religiose. Il folle volo e l’esortazione ai suoi compagni di avventura sono un momento-simbolo finale, un tragico modo di concludere una missione politica e di celebrare comunque anche la sconfitta. L’Ulisse peccatore, in breve, non è l’Ulisse narrante, si apre una dicotomia in cui il primo è condizione necessaria della presenza nella bolgia e del suo status di peccatore per perfidia e cattiva astuzia, mentre il secondo è un personaggio che stacca sé da tutto per ammonire sul fascino che l’intelligenza e il coraggio, in un abuso congiunto, portano al fallimento nonostante tutto.

Questo nonostante tutto è il cuore del fascino letterario giunto fino ai giorni nostri, un fascino quasi da Prometeo che rivendica il diritto umano e l’autonomia dell’individuo nella realizzazione di sé. Anche fosse vero che Dante non ne subisca il fascino, anche fosse vero che Dante alla fine non abbia rispetto pietoso, momentaneo e umano, in forza di una sympatheia non iconoclasta delle debolezze umane, anche fosse vero che alla fine fossero stati gli interpreti e lettori di Dante a creare una sovrastruttura di significati positivi sul personaggio, la forza poetica e narrativa di questo discorso, di questa esortazione ha il rango e la pienezza di un manifesto indelebile nella memoria letteraria che si conclude con il celeberrimo epifonema finale: «Considerate la vostra semenza: fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza».

“O frati”, dissi, “che per cento milia
perigli siete giunti a l’occidente,
a questa tanto picciola vigilia

d’i nostri sensi ch’è del rimanente
non vogliate negar l’esperïenza,
di retro al sol, del mondo sanza gente.

Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza”.

Li miei compagni fec’ io sì aguti,
con questa orazion picciola, al cammino,
che a pena poscia li avrei ritenuti;

e volta nostra poppa nel mattino,
de’ remi facemmo ali al folle volo,
sempre acquistando dal lato mancino.

Tutte le stelle già de l’altro polo
vedea la notte, e ‘l nostro tanto basso,
che non surgëa fuor del marin suolo.

Cinque volte racceso e tante casso
lo lume era di sotto da la luna,
poi che ‘ntrati eravam ne l’alto passo,

quando n’apparve una montagna, bruna
per la distanza, e parvemi alta tanto
quanto veduta non avëa alcuna.

Noi ci allegrammo, e tosto tornò in pianto;
ché de la nova terra un turbo nacque
e percosse del legno il primo canto.

Tre volte il fé girar con tutte l’acque;
a la quarta levar la poppa in suso
e la prora ire in giù, com’ altrui piacque,

infin che ‘l mar fu sovra noi richiuso».

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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