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Morto Carlo Azeglio Ciampi: garante d’Italia, padre d’Europa, uomo delle istituzioni

Riconosciuto quasi unanimemente come figura garante in uno dei momenti più travagliati della recente storia italiana e come uomo delle istituzioni, della coerenza – sostantivo e valore a cui si dichiarava più legato –  il suo percorso di ascesa nei ruoli istituzionali fino ai massimi livelli è stato assai particolare. Governatore della Banca d’Italia senza laurea in economia dal 1979 al 1993, presidente del Consiglio sì ma secondo la “strana” locuzione ad interim tra il 1993 e 1994 e, a larghissima maggioranza e in primo scrutinio, eletto presidente della Repubblica il 13 maggio 1999 ma senza senza essere stato mai parlamentare: una storia e una carriera tutta particolare all’insegna di un uomo speciale.

carlo-azeglio-ciampiFu un esempio vivente di eterogenesi dei fini, di deviazioni tra desiderato e compiuto, agli antipodi apparentemente rispetto alle regole di quella coerenza che più volte egli rivendicò come faro nell’orizzonte dei suoi valori, ma coerenti furono il suo impegno e la sua vocazione così da essere vincitore delle e nelle sfide. Questa eterogenesi si concretizzò in esempi emblematici.  Non realizzò pienamente il sogno di essere professore di latino, innamorato com’era della cultura classica latino-greca, rinunciando all’insegnamento, dopo poco tempo, per diventare impiegato in Banca d’Italia. Anche lì, indomitamente vocato, entrò come impiegato “periferico” e ne uscì come governatore. Decise da giovane di allontanarsi dalla carriera politica, dopo esser stato iscritto nella sezione di Livorno del Partito d’Azione, per poi raggiungere tutti i traguardi apicali della carriera politica dello Stato: presidente del Consiglio, ministro dell’Economia e presidente della Repubblica. Un uomo che credeva nei propri sogni ma non ne era schiavo a spese del contingente e che sapeva mediare le istanze dei suoi sogni con i problemi piccoli e grandi del quotidiano, senza mai rinunciare all’unico vero imperativo categorico o sogno dei sogni: fare al meglio dando il meglio di sé.
Questo perfezionismo era la sua coerenza, perfezionismo non di un egocentrico individualista ma di un uomo che si rifaceva a ideali di appartenenza collettiva e di condivisione.
Sdoganò i concetti di patria, tricolore e inno nazionale dall’appartenenza univoca della “destra” dell’epoca, portando la riflessione e la passione sui valori fondanti, anche simbolici, al centro anche dell’altra metà politica.

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Carlo Azeglio Ciampi nacque a Livorno il 9 dicembre 1920.
Figlio dell’ottico Pietro Ciampi e di Maria Masino, di origine cuneese, ebbe per i libri una straordinaria precoce passione che lo rese scolaro dai risultati così brillanti da bruciare le tappe nel percorso di studi all’Istituto San Francesco Saverio, retto dai Gesuiti: saltò sia la quinta elementare sia la terza liceo per diplomarsi a soli sedici anni.

Dopo la maturità, partecipò al concorso essere ammesso al corso di laurea in lettere presso la Scuola Normale Superiore di Pisa.  Nella prova scritta di italiano trattò di Piccolo mondo antico di Antonio Fogazzaro e nella prova orale fu esaminato da Giovanni Gentile.  Superò il concorso classificandosi undicesimo.

Nel 1941 conseguì la laurea in Lettere, discutendo una tesi in filologia classica e letteratura greca dal titolo Favorino d’Arelate e la consolazione Περὶ φυγῆς (Sull’esilio) con relatore Augusto Mancini, chiamato dall’Università per sostituire Giovanni Pascoli nella cattedra di letteratura greca. Proprio alla Normale, incontra due figure che, pur con pesi diversi,  avranno un ruolo di grande importanza nella vita di Carlo Azeglio Ciampi: da un lato il filosofo liberal-socialista e antifascista Guido Calogero, intellettuale  fra i più attivi e impegnati del Novecento italiano,  e dall’altro la futura moglie Franca Pilla.
Proprio nel 1941 fu chiamato alle armi e arruolato con il grado di sottotenente per le operazioni belliche d’Albania.

Nel 1943 i destini di Ciampi e Calogero si incrociano di nuovo ma al di fuori delle aule universitarie.  In concomitanza con la firma dell’armistizio dell’8 settembre, Ciampi, che era in Italia usufruendo di un permesso,  rifiutò di aderire alla Repubblica Sociale Italiana e si rifugiò a Scanno, in Abruzzo, e proprio a Scanno era al confino Calogero. Il 3 giugno 1942, infatti,  arrestato a Bari dalla polizia fascista,  la Commissione provinciale di Firenze aveva emesso ordinanza di confino contro Calogero per la sua attività politica che aveva portato alla fondazione del Partito d’Azione, partito clandestino nato dalla confluenza dei liberal-socialisti di Calogero con i liberal-democratici di Ugo La Malfa ed altri esponenti repubblicani.

Il 24 marzo 1944 Ciampi e lo stesso Calogero, assieme a una sessantina di persone tra prigionieri fuggiti ai tedeschi e membri della Resistenza, aiutati della guida locale Alberto Pietrorazio, partirono da Sulmona per raggiungere gli Alleati, in una marcia che avrebbe dovuto attraversare percorsi impervi e il passaggio tra le linee tedesche.
Di quegli anni ed eventi Carlo Azeglio Ciampi mantenne testimonianza in lucidi ricordi, raccontati e condivisi con i giovani delle scuole di quei luoghi e con realtà associative quali l’Associazione Culturale “Il Sentiero della Libertà/Freedom Trail”.

Nel 1946 sposò Franca Pilla (nata il 19 dicembre 1920), e conseguì una seconda laurea, in Giurisprudenza, una laurea di guerra, con una tesi in Diritto ecclesiastico presso l’Università di Pisa. Rinunciò alla cattedra di lettere italiane e latine al Liceo Classico “Niccolini e Guerrazzi” di Livorno, cattedra ottenuta dopo la laurea in Lettere del 1941, per entrare da impiegato, dopo aver superato il concorso, in Banca d’Italia.

In Banca d’Italia presta servizio nelle filiali di Livorno e Macerata.

Da qui la sua ascesa all’interno di Banca d’Italia e poi la sua attività politica e istituzionale e da qui proseguiamo offrendo un’antologia di fonti autorevoli e citazioni, concludendo poi con una contestualizzazione storica dell’attività politica, tratta dal testo Storia della prima Repubblica, l’Italia dal 1942 al 1994  di Aurelio Lepre, 1995 ed. Il Mulino.
Così scrive il sito ufficiale del Quirinale riguardo a Carlo Azeglio Ciampi (http://presidenti.quirinale.it/Ciampi/Ciampi.pdf)

Banchiere centrale e uomo politico, nato a Livorno il 9 dicembre 1920. Ha conseguito la laurea in Lettere e il diploma della Scuola Normale di Pisa nel 1941, e la laurea in Giurisprudenza presso l’Università di Pisa nel 1946. In questo ultimo anno è stato assunto alla Banca d’Italia, dove ha inizialmente prestato servizio presso alcune filiali, svolgendo attività amministrativa e di ispezione ad aziende di credito. Nel 1960 è stato chiamato all’amministrazione centrale della Banca d’Italia, presso il Servizio Studi, di cui ha assunto la direzione nel luglio 1970. Segretario generale della Banca d’Italia nel 1973, vice direttore generale nel 1976, direttore generale nel 1978, nell’ottobre 1979 è stato nominato Governatore della Banca d’Italia e presidente dell’Ufficio Italiano Cambi, funzioni che ha assolto fino al 28 aprile 1993. Dall’aprile 1993 al maggio 1994 è stato Presidente del Consiglio presiedendo un governo chiamato a svolgere un compito di transizione. Durante la XIII legislatura è stato Ministro del Tesoro, del Bilancio e della Programmazione Economica, nel governo Prodi (dall’aprile 1996 all’ottobre 1998) e nel governo D’Alema (dall’ottobre 1998 al maggio 1999). Dal 1993 Governatore onorario della Banca d’Italia e dal 1996 membro del consiglio di amministrazione dell’Istituto dell’Enciclopedia Italiana. Ha ricoperto numerosi incarichi di rilevanza internazionale, tra cui quelli di: presidente del Comitato dei governatori della Comunità europea e del Fondo europeo di cooperazione monetaria (nel 1982 e nel 1987); vice presidente della Banca dei regolamenti internazionali (dal 1994 al 1996); presidente del Gruppo Consultivo per la competitività in seno alla Commissione europea (dal 1995 al 1996); Presidente del comitato interinale del Fondo Monetario Internazionale (dall’ottobre 1998 al maggio 1999). Dall’aprile 1993 al maggio 1994, Ciampi ha governato durante una fase di difficile transizione istituzionale ed economica. Il referendum elettorale e la congiuntura sfavorevole caratterizzata da un rallentamento della crescita economica richiedevano immediate risposte. Il governo Ciampi ha garantito l’applicazione della nuova legge elettorale approvata dal Parlamento, attraverso il complesso lavoro per la determinazione dei collegi e delle circoscrizioni elettorali, e il passaggio da un Parlamento profondamente rinnovatosi tra la XI e la XII legislatura. Sul piano economico gli interventi più significativi sono stati rivolti a costituire il quadro istituzionale per la lotta all’inflazione, attraverso l’accordo governo-parti sociali del luglio del 1993, che segnatamente ha posto fine ad ogni meccanismo di indicizzazione ed ha individuato nel tasso di inflazione programmata il parametro di riferimento per i rinnovi contrattuali. Inoltre il governo Ciampi ha dato avvio alla privatizzazione di numerose imprese pubbliche, ampliando e puntualizzando il quadro di riferimento normativo e realizzando le prime operazioni di dismissione (tra cui quelle, nel settore bancario, del Credito italiano, della Banca commerciale italiana, dell’IMI). Come Ministro del Tesoro e del Bilancio del governo Prodi e del governo D’Alema Ciampi ha dato un contributo determinante al raggiungimento dei parametri previsti dal Trattato di Maastricht, permettendo così la partecipazione dell’Italia alla moneta unica europea, sin dalla sua creazione. Tra i provvedimenti più significativi di questo periodo si ricorda la manovra correttiva della politica di bilancio varata nel settembre del 1996 dal governo Prodi, che ha consentito un abbattimento di oltre 4 punti percentuali del rapporto indebitamento netto delle pubbliche amministrazioni rispetto al prodotto interno lordo, il parametro di Maastricht di più arduo conseguimento per il nostro Paese. Il 13 maggio del 1999 è stato eletto, in prima votazione, decimo Presidente della Repubblica Italiana. Autore, oltre che di numerosi interventi e articoli, in particolare di: – Considerazioni Finali del Governatore della Banca d’Italia dal 1979 al 1993; – Sfida alla disoccupazione: promuovere la competitività europea (1996); – Un metodo per governare (1996). E’ deceduto il 16 settembre 2016.

Wikipedia, sul tema della presunta affiliazione massonica (https://it.wikipedia.org/wiki/Carlo_Azeglio_Ciampi)

Nel 1993 il settimanale Famiglia Cristiana sostenne in un articolo la tesi secondo la quale l’allora governatore della Banca d’Italia avrebbe fatto parte della loggia massonica Hermes di Livorno, legata al Rito Filosofico Italiano, a sua volta legato al Grande Oriente d’Italia[27]. La notizia venne poi smentita dal diretto interessato.[27]

La presunta affiliazione massonica di Ciampi venne poi ripresa nel 1998 in un articolo del quotidiano Il Messaggero curato dallo storico Aldo Alessandro Mola contenente un elenco di iscritti a logge massoniche, successivamente rettificato[27]. Nel 1999 l’allora senatore Luigi Manconi e alcuni articoli del quotidiano La Stampa, parlarono nuovamente di una presunta affiliazione di Ciampi alla massoneria[27], che venne nuovamente smentita da Ciampi con una lettera a Marcello Sorgi, all’epoca direttore del giornale, nella quale annunciava anche la sua intenzione di sporgere querela nei confronti de La Stampa[27][28]. Anche il Gran maestro del Grande Oriente d’ItaliaVirgilio Gaito in una intervista pubblicata nello stesso periodo dal quotidiano Il Tempo escluse che Ciampi avesse mai fatto parte della massoneria[29].

Opinioni “contro” e critiche a Ciampi: Alessandro Sallusti, Morto Ciampi, l’uomo che fece e inguaiò il Paese (http://www.ilgiornale.it/news/cronache/morto-ciampi-luomo-che-fece-e-inguai-paese-1307623.html)

[…] Non ha mai avuto tessere di partito, pur essendo uomo di sinistra. Dal Quirinale ha sdoganato il tricolore, l’inno di Mameli e la parola «Patria» che fino ad allora erano considerati simboli della destra e non di tutta la nazione[…].

Ciampi, pur non essendo stato un costituente, appartiene alla generazione dei Padri della Patria. Cioè a quegli uomini che l’Italia repubblicana l’hanno fatta e portata ad essere l’ottava potenza mondiale. Ma, parlandone da vivo, ha fatto parte anche di quel gruppo di tecnici e politici che l’Italia la disfò, inseguendo la chimera europeista. È stato lui infatti, insieme a Prodi, a gestire l’entrata dell’Italia nell’Euro accettando condizioni da strozzini sul cambio Lira-Euro imposte dalla Germania. Fu quello infatti l’inizio di tutti i problemi che, a distanza di sedici anni, ancora ci troviamo a scontare. Non si è mai pentito, Carlo Azeglio Ciampi, di quella sciagurata scelta. Sbagliò visione e previsione.

 

[…]La sua presidenza della Repubblica fu tutto sommato scialba, rivalutazione della Patria a parte. Non amò i governi Berlusconi e fece qualche sgambetto al centrodestra. Ma se pensiamo che prima di lui c’era Oscar Luigi Scalfaro e dopo di lui venne Giorgio Napolitano, possiamo parlare di un raggio di sole al Quirinale. E di questo lo ringraziamo.

Ciampi su se stesso, alcuni brevi ricordi dell’uomo nel libro La lezione di Ciampi di Alberto Spampinato, 2006, ed. Rubbettino

«Sono stato un uomo fortunato e, prima, un giovane fortunato, anche se ho vissuto la mia giovinezza negli anni Trenta e ho conosciuto la Seconda Guerra Mondiale. Sono stato fortunato: sono nato in una famiglia sana. Ho frequentato sia scuole religiose sia un’università pienamente laica. Ho avuto insegnanti, nell’uno e nell’altro tipo di scuola, che mi hanno insegnato cose fondamentali: il rispetto del prossimo, il riconoscimento agli altri degli stessi diritti di cui si ritiene di avere diritto, e la forza del dialogo»

«Sono uno strano miscuglio: sono il peggio della Toscana. Sono nato da padre livornese, madre pisana, nonna lucchese»

«anche quando si leggono le statistiche industriali bisogna saper valutare le fonti e gli studi di filologia si rivelano utili»

 

 Il contesto di crisi e degrado socio-politico dell’Italia e l’arrivo del “traghettatore” Ciampi al governo, da Storia della prima Repubblica, l’Italia dal 1942 al 1994  di Aurelio Lepre, 1995 ed. Il Mulino pagg. 342-350

  1. Tentativi di riforma

La lenta agonia della prima Repubblica ricordava ad alcuni gli avvenimenti che si erano svolti cinquant’anni prima. Ma il sistema politico che stava finendo non era stato un regime, come appariva evidente proprio se lo si paragonava al solo regime che c’è stato in Italia, quello fascista. Negli ultimi vent’anni, le liber­tà individuali si erano sempre più allargate, fino a raggiungere la massima estensione possibile; quelle politiche erano state salva­guardate e anche la libertà d’informazione era garantita, nei limiti in cui può esserlo in una società in cui la possibilità di produrre informazioni è proporzionale alla ricchezza di mezzi che si posseggono. La crisi del sistema politico, inoltre, nasceva dal suo interno, per le difficoltà intrinseche di funzionamento dovute al suo invecchiamento, e anche per iniziativa di settori delle istituzioni che fino a quel momento lo avevano sostenuto, e soprattutto di quella parte della magistratura che aveva avvia­to coraggiosamente le indagini su Tangentopoli. In nessun modo, in realtà, il tramonto della prima Repubblica poteva essere para­gonato al crollo del fascismo.

Il solo punto di somiglianza era nell’apparente fallimento di una intera classe dirigente. In realtà, anche per questo aspetto esistevano profonde differenze. Quella fascista aveva fatto e perduto una guerra, le cui catastrofiche conseguenze avevano direttamente colpito tutti gli italiani; una parte del ceto politico che aveva governato l’Italia negli ultimi vent’anni della prima Repubblica aveva, sì, creato una sorta di gigantesco racket, senza però danneggiare direttamente i singoli cittadini, ma sol­tanto lo Stato. E pochi capivano che, in realtà, in questo modo erano colpiti anche tutti i cittadini: mancava un forte senso dello Stato che per molti s’identificava con il governo, sia per un’an­tica mentalità che aveva origine nei secoli precedenti della storia italiana e che le vicende degli ultimi cinquant’anni non avevano sradicato, sia perché nei decenni passati gli uomini di governo avevano utilizzato le strutture statali a vantaggio dei loro partiti. Ma l’avversione verso il ceto politico, e in particolare verso gli uomini del PSI e della DC, che andava crescendo in una larga parte dell’opinione pubblica (anche in quella che fino ad allora aveva sostenuto la maggioranza) non derivava tanto dalla ormai diffusa consapevolezza di una vasta corruzione quanto dal senso di pericolo che nasceva dalla convinzione che quel ceto non fosse più in grado di garantire il mantenimento del livello gene­rale di vita raggiunto. Era soprattutto la minaccia della crisi a far nascere inquietudine e malcontento.

Nei primi mesi del 1993 l’inchiesta dei magistrati milanesi colpì i vertici del PSI e anche della DC. Il 12 febbraio il governo Amato assunse una veste più tecnica, con la nomina a ministro della Giustizia di Giovanni Conso, giurista ed ex presidente della Corte Costituzionale, al posto del socialista Claudio Mar­telli. Il 25 febbraio un avviso di garanzia a Giorgio La Malfa, sia pure per un finanziamento al PRI che riguardava una somma trascurabile, mostrò a pieno la gravità della crisi del vecchio sistema politico, perché con il coinvolgimento del segretario del PRI svanì la possibilità di una alternativa – di cui lo stesso La Malfa era sembrato volersi fare promotore – che non comportasse una trasformazione profonda delle strutture politiche. L’in­chiesta intanto si allargava anche ad ambienti finanziari e industriali: appariva sempre più evidente che non esistevano solo concussori e corruttori da un lato e concussi e corrotti dall’altro, ma una rete d’interessi di cui si giovavano anche questi ultimi. Ma proprio questo allargamento rendeva più forti le resistenze: non si trattava più soltanto di liberarsi di un ceto politico corrot­to, ma di rimettere in discussione tutti gli equilibri, anche sociali ed economici, sui quali si reggeva la Repubblica.

La sua riforma, d’altra parte, stava avvenendo soltanto attra­verso l’azione giudiziaria svolta da un gruppo di giudici: sul piano politico la situazione sembrava ferma. Si fece perciò stra­da l’idea che essa potesse rimettersi in movimento attraverso una riforma elettorale che, col passaggio dal sistema proporzio­nale a quello maggioritario, garantisse, insieme, la possibilità dell’alternativa e la governabilità del paese. Una prima modifi­ca, che doveva servire soprattutto a evitare, oltre ai brogli elet­torali, la formazione di cordate di candidati, rendendo perciò minore l’influenza dei partiti, era stata fatta attraverso il referen­dum votato il 9 e 10 giugno 1991, con l’adozione della preferen­za unica nelle elezioni per la Camera dei deputati. Una modifica più importante, che avrebbe dovuto avere una influenza decisi­va nel far diventare l’Italia simile alle grandi democrazie occi­dentali, fu fatta attraverso il referendum del 18 e 19 aprile 1993, che prevedeva l’adozione del sistema maggioritario per il Sena­to. I risultati furono superiori alle previsioni degli stessi promo­tori del referendum: 82,7% sì, 17,3% no (in voti, 28.937.375 contro 6.038.909). Il fronte che si era schierato per il sì era tanto vasto quanto composito ed è difficile dire se tutti quelli che lo componevano si rendessero conto delle conseguenze politiche che la sua vittoria avrebbe comportato.

L’Italia aveva una storia diversa da quella degli altri paesi democratici e il sistema elettorale italiano era il risultato di questa storia. Per quanto i partiti potessero apparire in crisi, essi non erano stati costruzioni artificiose ma avevano risposto a esigenze profonde, sia politiche che sociali, della società italia­na. Non era possibile – ma sarebbe apparso evidente solo più tardi – liquidare il sistema dei partiti, così come si era storica­mente formato, con riforme intese ad adeguare il sistema politi­co a quello elettorale, capovolgendo, con una sorta di forzatura illuministica, il rapporto tra il processo storico e il suo sbocco normativo: col voto del 18 e 19 aprile la norma veniva a prece­dere la trasformazione degli schieramenti politici, di cui i soste­nitori del sì ritenevano che avrebbe potuto essere essa stessa la causa.

Quel voto era, in realtà, soprattutto espressione della sem­pre più diffusa convinzione che la vecchia politica, e anche la politica in sé, non poteva più garantire stabilità ed efficacia all’azione governativa: questa convinzione era a fondamento della crescente richiesta di un governo che fosse, in qualche misura, espressione del presidente della Repubblica considerato al di sopra dei partiti, e in cui ci fosse una forte presenza di tecnici. I veti incrociati dei partiti favorirono una soluzione del genere, dopo la caduta del governo Amato, dimessosi subito dopo il referendum: Scalfaro, infatti, affidò l’incarico di formare un nuovo ministero al governatore della Banca d’Italia Carlo Azeglio Ciampi. In esso – e questa era una novità assoluta – entrarono anche alcuni tecnici vicini al PDS. Ma su questa scelta il PDS si divise. Il 29 aprile, lo stesso giorno in cui i ministri prestarono giuramento, il parlamento rifiutò due delle sei auto­rizzazioni a procedere che erano state richieste contro Craxi, il quale aveva pronunciato a sua difesa un discorso che era una chiamata di correo per l’intera classe politica. Il giorno seguen­te, i ministri del PDS, in difficoltà anche per la forte drammatizzazione che la stampa aveva fatto del voto favorevole a Craxi, si dimisero, insieme con Francesco Rutelli, esponente dei Verdi (alla votazione della fiducia il PDS si astenne, insieme con Lega, Verdi e PRI).

Queste dimissioni restrinsero la base parlamentare del go­verno Ciampi, già piuttosto malsicura per la protesta, più o meno sotterranea, che percorreva le file della maggioranza. Ma la sua scarsa rappresentatività politica rese, in realtà, più forte la sua azione: la forza gli derivava non solo dalla mancanza di alternative, ma anche dal fatto che, per il suo carattere tecnico, non dovendo risponderne direttamente agli elettori, il governo Ciampi (come aveva fatto, peraltro, anche il governo Amato) era in grado di prendere provvedimenti impopolari.

  1. Il governo Ciampi

Il 6 giugno si svolsero in alcuni importanti comuni e nella regione del Friuli-Venezia Giulia elezioni amministrative che assunsero un rilevante significato politico e che videro una netta affermazione della sinistra, tranne che a Milano. In alcune città, come Torino e Catania, si fronteggiarono al ballottaggio, due settimane più tardi, due candidati di sinistra, con la vittoria di quello schierato su posizioni più moderate. A Milano, di fronte al leghista Marco Formentini, fu sconfitto un candidato, Nando Dalla Chiesa, che appariva troppo spostato a sinistra. Prima delle ¿lezioni, all’assemblea generale della Lega riunitasi il 9 maggio, Bossi aveva riaffermato la sua vocazione nordista, smen­tendo la nascita di una Lega Italia Federale: l’obiettivo leghista restava quello della Repubblica del Nord, della macroregione all’interno di una Italia federale. Due giorni più tardi aveva fatto in un’intervista dichiarazioni molto pesanti: se non ci fossero state elezioni, ci sarebbe stata «una guerra di liberazione» e «fatalmente, nel paese sarebbero nate formazioni politiche di tipo partigiano». Subito dopo, con una tattica che avrebbe adot­tato anche in seguito, aveva attenuato il significato delle sue dichiarazioni, senza però ritrattarle. Ma l’appoggio che la bor­ghesia milanese moderata aveva dato alla Lega alle elezioni di giugno non andava in questo senso: essa riteneva invece che il massiccio sostegno venuto al movimento di Bossi anche da set­tori che non si richiamavano al nordismo e non minacciavano una separazione territoriale ne avrebbe condizionato l’azione, frenandone le spinte potenzialmente eversive.

La ristrutturazione del sistema politico vedeva intanto la nascita di nuove formazioni. Il 10 luglio, anticipando i tempi, la DC veneta, guidata da Rosi Bindi, proclamò l’autoscioglimento e la sua trasformazione in Partito Popolare. Lo stesso giorno nacque Alleanza Democratica, il cui dirigente più conosciuto era Mario Segni e nel cui comitato direttivo entrarono popolari, repubblicani, verdi, dirigenti delle Acli e alcuni indipendenti. Il 26 luglio l’intera DC prese, come premessa alla sua rifondazione, il nome di Partito Popolare, che, richiamandosi a Sturzo e De Gasperi, avrebbe dovuto essere, come disse il presidente del partito Rosa Russo Jervolino, «la nuova formazione politica dei cattolici italiani».

L’estate del 1993 vide crescere le tensioni, sia per l’accen­tuarsi delle pressioni esercitate sul sistema politico dalle inchie­ste giudiziarie (che conobbero un momento di forte drammati­cità con i suicidi del socialista Gabriele Cagliari, ex presidente dell’Eni, dopo una detenzione di 134 giorni in custodia cautela­re a San Vittore, e di Raul Gardini, che, a capo della Montedison, era stato uno degli uomini più ricchi e potenti d’Italia), sia per l’intensificarsi dell’offensiva che la mafia (che pure a gennaio aveva subito un duro colpo con l’arresto del suo maggiore espo­nente, Totò Riina) stava conducendo direttamente contro lo Stato. Nella notte tra il 27 e il 28 luglio scoppiarono tre autobombe, una a Milano e due a Roma. A Milano ci furono cinque morti; a Roma fu danneggiata la basilica di San Giovanni in Laterano. Era la ripresa di un attacco che aveva avuto inizio il 14 maggio con un’autobomba fatta esplodere a Roma (l’atten­tato era sembrato diretto contro il giornalista Maurizio Costanzo) e con un’altra autobomba fatta esplodere a Firenze nella notte tra il 26 e il 27 maggio presso la Galleria degli Uffizi (l’esplosio­ne aveva provocato cinque morti e una cinquantina di feriti).

Ma il fronte più pericoloso era quello dei rapporti tra Nord e Sud. Bossi intensificava le sue dichiarazioni polemiche, attac­cando soprattutto il segretario della DC Martinazzoli, contrario a elezioni anticipate: affermò, tra l’altro, che «con un rutto gli avrebbe fatto sbiancare i capelli». Bossi riprendeva così il lin­guaggio che aveva adoperato Giannini quasi cinquant’anni pri­ma, quando, per esprimere la protesta del Sud, aveva definito «rutto del Nord» il «vento del Nord». Ma, a parte il linguaggio, la protesta di Bossi aveva caratteri molto diversi, perché veniva dai ceti produttivi dell’Italia settentrionale.

Come arma principale da adoperare contro lo Stato, Bossi lanciò la proposta dello sciopero fiscale, a proposito del canone RAI e anche dell’anticipo IRPEF dell’autunno: il denaro sareb­be stato versato su un conto corrente la cui gestione sarebbe stata affidata a una authority. Erano proposte velleitarie, ma che riflettevano il profondo malcontento di una consistente parte dell’opinione pubblica del Nord per l’intervento statale nel Sud, che continuava ad apparire come uno strumento inteso ad assi­curare un consenso politico di cui, svanito il pericolo comunista, non si avvertiva più la necessità. Lo mostrarono gli avvenimenti di Crotone, con le proteste, sfociate quasi in rivolta, contro la ristrutturazione di alcune industrie della città: da un lato il vescovo sostenne che «licenziare è peccato» e si scagliò «contro il

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