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Il gusto delle parole: organolettico

Organolettico: composto degli elementi greci organon ‘organo’ e leptos, indica letteralmente ‘ciò che si può prendere, afferrare’; il suo uso si è però specializzato per riferirsi alle proprietà di una sostanza rilevabili attraverso gli organi di senso. L’aggettivo, che l’italiano prende in prestito dal fr. organoleptique, attestato sin dal 1829, è impiegato dalla metà del XIX secolo (il GRADIT di De Mauro riferisce che la prima occorrenza data 1841).

Dall’aggettivo, usato per lo più nell’espressione esame organolettico ‘esame con cui si valutano le proprietà sensoriali degli alimenti, quali il sapore, l’odore, il colore, etc.’ (lo Zingarelli rileva il primo impiego di questa locuzione nel 1970) si è poi formato, per derivazione, l’astratto, piuttosto raro, organolessi ‘esperienza sensoriale’.

Esempio di test organolettico sensoriale

 

Per saperne di più.

Benché di uso comune, il termine si presta a deformazioni da parte del parlante, che, interpretandolo alla luce della conoscenza di elementi a lui più familiari, finisce con il produrre… un cortocircuito, giacché ne altera la forma espressiva in organoelettrico.

Come infatti ciascuno di noi ha sperimentato almeno una volta nel corso della vita, il ricorso, specie nella lingua della conversazione di tutti i giorni, al bagaglio delle proprie conoscenze linguistiche avviene con una evidenza direttamente proporzionale alla novità e complessità del termine da analizzare.

Ciò implica che, se solitamente il parlante opera in modo non consapevole, quando si trova innanzi alla necessità di motivare un elemento a lui estraneo non solo ricorre a ciò che già sa in maniera consapevole, ma si predispone alla migliore analisi per lui possibile.

Simili, ma diversi

Quando però non lo aiutano né le conoscenze pregresse, né il contesto in cui il nuovo elemento è impiegato, non gli resta che segmentare, ovvero ritagliare, la forma fonica della parola alla ricerca delle sue parti costitutive al fine di ricondurle successivamente alle proprie conoscenze. Così facendo opera per mezzo di quel processo cui si è soliti riferirsi come all’analogia (per questa ragione, per esempio, il bambino produce facete al posto di fate). 

La segmentazione e il confronto con le conoscenze linguistiche immagazzinate avviene in un lasso di tempo variabile con il variare della complessità del vocabolo opaco: il processo sarà veloce, quasi impercettibile, qualora il termine suoni in qualche modo familiare, mentre potrebbe indurre alla perplessità (e quindi prolungarsi) laddove prevalga l’impressione di estraneità, di vera novità.

Nel tentativo di accostamento del nuovo al noto può, pertanto, capitare che si verifichino fenomeni di alterazione provocati dalla tendenza a motivare, per accostamento arbitrario ad altri elementi della lingua, termini della propria lingua altrimenti immotivati: quando ciò accade, si assiste a processi che vanno sotto il nome di paretimologia e che, nei casi più radicali, possono portare al completo camuffamento del neologismo.

Nel caso di organolettico il processo paretimologico porta a realizzare organoelettrico, anche in conseguenza della diversa familiarità che il parlante ha con i due elementi del composto.

Di certo però non ci si aspetta che protagonista dello scivolone paretimologico possa essere un operatore dell’informazione o in generale un professionista abituato a ‘lavorare con le parole’, come capitato, per esempio, alcuni anni fa nell’edizione delle ore 19:00 del Giornale Radio Rai 1 di domenica 15/06/03.

Tralasciando ogni commento riguardo l’auspicabilità di una maggiore attenzione nei confronti della lingua italiana da parte di parlatori di professione, artefici, con i loro scivoloni, della diffusione di deformazioni che talvolta finiscono per affermarsi a scapito delle forme attese, in questo luogo si tenterà esclusivamente di ricostruire le modalità di questo adattamento.

Non desterà meraviglia supporre che il primo tassello della trafila possa essere costituito dalla segmentazione del composto in oggetto in organo+lettico e quindi in organo+lettic+o, nel quale un primo membro evidentemente desunto dal lessico di base [organo-] si accompagna ad un suffisso [-lettic-] di decisa rarità.

Scarna è, infatti, la lista dei termini italiani che contengono -lettico, aggettivo da lessia (con variante lepsia) di etimo greco classico e marcata specializzazione: 19 esempi registrati, all’epoca della trasmissione radiofonica citata, sulle oltre 123 mila entrate del Dizionario inverso dell’italiano moderno curato da Giuliano Merz.

Si tratta, invero, di termini ben caratterizzati, desunti essenzialmente da linguaggi settoriali quali quelli della linguistica e della medicina, cui si potrebbe aggiungere un altro ridotto manipolo, anch’esso spiccatamente connotato, desunto dal più recente tecnoletto della sociolinguistica, che sulla base di idioletto ha sviluppato termini come basiletto, mesoletto, acroletto… nonché lo stesso tecnoletto.

Posta la rarità di -lettico, è lecito immaginare il passaggio successivo, che può aver constato di una fase unitaria oppure doppiamente articolata, nel qual caso ad un primo momento di correzione della forma debole (-lettico>*-lettrico) avrebbe fatto seguito la reintroduzione di una <e> per così dire etimologica perché legittimata da –elettrico, altro costituente del lessico fondamentale, grazie al quale il vocabolo sarebbe ricondotto, nell’intenzione del parlante, all’originaria giustezza formale.

Come d’uso in questa casistica di fenomeni, anche qui, insomma, la paretimologia, rassicurante ed eufonica, appare ristabilire la presunta forma corretta pur dimostrandosi completamente indifferente all’assenza di significato nella forma ricostruita.

Organo…elettrico?

L’azione normalizzatrice, consentendo il superamento del fastidio determinato dalla difficoltà interpretativa, risolve dunque l’opacità formale del composto. Per il significato di organoelettrico occorrerebbe invece essere… illuminati da chi se ne serve.

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