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Si dice… debito e si intende dilemma

 width=“The Debt Dilemma”.
Con questo titolo Adair Turner[1] e Susan Lund[2] (nella traduzione  italiana “Il dilemma del debito” ad opera di Federica Frasca[3], articolo ripreso anche da Il Sole 24 Ore[4]) delineano con sintesi notevole e pregevole scenari di analisi dei «controversi negoziati della Grecia con l’Ue», negoziati che «hanno riportato il debito al centro dei dibattiti sulla crescita e sulla stabilità economica». Una sorta di garbato ma penetrante j’accuse a doppia mente o, meglio detto, un nous accusons che prende di mira nel suo complesso un modello di crescita caratterizzato dal sistematico ricorso cumulativo  al debito, quasi assimilabile,  su un piano aziendalistico e privato-imprenditoriale, ad una consolidata strategia di leva debitoria rispetto al Pil dei singoli stati: un uso (e forse abuso…) di leva, di leverage (anche buyout… ), più o meno ormai lato sensu, applicato all’economie nazionali. Gli autori evidenziano da subito che «dall’inizio della crisi finanziaria nel 2008, il debito globale è cresciuto di 57mila miliardi di dollari, superando la crescita del Pil. Il debito degli Stati è aumentato di 25mila miliardi di dollari, di cui 19mila miliardi sono ascrivibili alle economie avanzate – una conseguenza diretta della grave recessione, dei programmi di stimolo fiscale e dei salvataggi bancari». Il passaggio del focus dallo stato alle famiglie è immediatamente a portata e, infatti, Turner e Lund incalzano evidenziando come «mentre le famiglie americane hanno ridotto considerevolmente il proprio debito (soprattutto con l’insolvenza dei mutui), il debito delle famiglie in molti altri paesi ha continuato a crescere rapidamente. In tutte le principali economie, il rapporto debito-Pil (comprensivo sia del debito pubblico sia di quello privato) è oggi più elevato rispetto al 2007. Gran parte di questo accumulo di debito è stata determinata dagli sforzi per sostenere la crescita economica a fronte dei venti contrari deflazionistici che soffiarono all’indomani della crisi del 2008. Ciò vale in particolare per la Cina che, insieme ad altre economie in via di sviluppo, detiene quasi la metà del debito contratto dal 2008. In realtà, il debito non è negativo di per sé, ma un eccessivo ricorso ad esso crea il rischio di crisi finanziarie, che possono minare la crescita. Per tale motivo, il mondo ha bisogno di trovare percorsi alternativi di crescita a minore intensità di credito, nonché soluzioni per eliminare gli oneri del debito esistenti». A questo punto l’interessante articolo prosegue individuando tre possibili soluzioni dove, come appena qualche riga poco sopra, è l’aggettivo eccessivo a giocare il ruolo di coprotagonista al fianco della parola debito nella locuzione del “male”: il debito eccessivo. In piena sintonia con Turner e Lund, affermare che il debito di per sé sia un male, sarebbe come gettare un’unzione pestilenziale ammorbante su secoli di storia economica moderna, se non addirittura su millenni di relazioni economiche sia micro sia macro della storia dell’uomo. Il debito, indipendentemente da ogni sua successiva caratterizzazione semantico-lessicale, ossia il debito che sia buono o cattivo o eccessivo o necessario o saldabile o rimesso o altro, il debito comunque è compagno della storia umana, economica ma anche, appunto ultraeconomica, come ad esempio la religione: dimítte nobis débita nostra, sicut et nos  dimíttimus debitóribus nostris… Risulta un elemento così connaturato alla storia dell’uomo da avere esso stesso, il debito, una sua storia da essere raccontata nella sua piena individualità, ossia non come storia del debito di questo o quel soggetto ma proprio come storia del debito in sé e per sé. Risulterà, infatti, intrigante da leggere l’interessante (quanto a volte davvero intelligentemente “politicamente scorretto”) libro di David Graeber dal titolo “Debito: i primi 5000 anni”, pubblicato da il Saggiatore, che nelle sue 528 pagine[5] illustra come l’istituzione del debito sia ben anteriore all’avvento degli scambi per moneta e come da tempo immemore sia sempre stato causa e oggetto di aspri conflitti sociali; non solo, nell’opera Graeber illustra come mercati e moneta non siano stati la naturale evoluzione del baratto, come un po’ per tutti gli economisti fin dai tempi di Adam Smith, secondo una visione evolutiva molto bottom-up ma siano stati una creazione a tavolino, quindi top-down, da parte dei sovrani per “tracciare” con spazi fisico-geografici (dematerializzatisi nel tempo), momenti e strumenti ben precisi le operazioni tra i soggetti produttivi e commerciali e quindi la popolazione per poterli così meglio, su un piano quantitativo e qualitativo, tassare per finanziare le guerre e pagare i soldati. Citando proprio la pagina di presentazione del libro, «in quest’ottica, il conio della moneta si diffonde per imporre la sovranità dello stato e assicurare il pagamento uniforme dei tributi. L’economia commerciale, basata sulla calcolabilità impersonale, eclissa così le economie umane, basate sulla reciprocità personale». Graeber, nel fissare le varie tappe ed ere di evoluzione, arriva ad analizzare, quindi, il contemporaneo caratterizzato dalla ipertrofica presenza di strumenti finanziari fino a concludere di come ormai la dicotomia sia tra il blocco delle grandi poteri, pubblici e privati e quanto vi è di mezzo, politico-economici simbioticamente vicini a «creditori corrotti e senza scrupoli che vogliono ridurre libertà e democrazia alla misura dello spread sui titoli pubblici e tutto il resto del mondo composto di cittadini e stati indebitati». L’intreccio delle due letture forse aiuta un po’ a districarsi in maniera meno assertiva sul tanto temuto debito eccessivo. Gli storici, gli antropologi e i padroni di casa economisti alla fine devono dogmaticamente sposare concetti di eccessivo che sono più da sensibilità discrezional-politica, per quanto ci si sforzi, giustamente, di riportarli ad una concretezza sensibile ontologica, grazie soprattutto al ricorso a ratios e rapporti tra, ad esempio, debito-Pil come visto sopra, ma che alla prova dei fatti non hanno saputo far chiara distinzione tra ciò che è eccessivo e ciò che di fatto, in concreto, non lo è. L’aspetto discrezional-politico o fiduciario, alla fine, unge meglio di ogni altro elemento l’ingranaggio del debito che, seppur la matematica a volte lo può definire eccessivo, le strette di mano e i rapporti di forza tra soggetti istituzionali (politici e/o finanziari) riabilitano alla virtuosità. Analisi sui  rating e outlook emessi dalle tanto blasonate e a numero ristretto agenzie internazionali di rating meriterebbe fiumi di inchiostro, già versati ma ben lontano dall’essersi esauriti, che il solo caso Argentina di qualche lustro addietro basterebbe ad evidenziarne, empiricamente, la fallibilità. 

Allora, che fare? Rassegnarsi al debito eccessivo? Turner e Lund, a questo punto, delineano tre strategie possibili di risposta.

  1. L’adozione di «misure macro-prudenziali controcicliche per attenuare i cicli del credito e prevenire indebitamenti eccessivi».
  2. L’introdurre «contratti di mutuo che consentano una maggiore condivisione del rischio tra debitori e creditori, sostanzialmente degli strumenti ibridi tra debito e capitale». Oltre a quanto spiegato sul punto dai due autori, il tutto mi pare riecheggiare, di fatto, un “ritorno” ad un ecosistema del rischio in realtà ben poco nuovo ma assai antico, o, per essere più aderente ai tempi attuali, una vision e un approccio che sono poi a fondamento del concetto di banca e finanza islamica, locuzioni ormai in cui molti amano sguazzare e in cui gli autori, invece, non commettono, a mio avviso intelligentemente, il passo falso di avventurarsi. Di fatto, però, come detto, l’ecosistema del “nuovo” approccio di rischio condiviso nulla di nuova ha che non sia già all’interno di culture e momenti storici che si pensava di aver superato propri con la finanza contemporanea, risolvendo quindi in un passo avanti formale per andare in sostanza indietro a quando debitore e creditore erano uniti da un sottostante di relazione sul “prestato” ben poco astratto e considerabile come entità ontologica a sé rispetto ai due soggetti medesimi.
  3. Una fiscalità “favorevole” al debito, come avviene già «in molti paesi, [in cui] gli interessi maturati su un mutuo restano deducibili dalle tasse».

Alla fine rimane, però, e oggi stesso – 25/05/2015 – con la Grecia che dichiara di non voler restituire 1,5 miliardi di euro al Fondo monetario internazionale (Fmi), il non troppo contorto pensare che alla fine l’austerità si sia tramutata in causa (o fattore) non positivo o in freno, andando ad agire in maniera non-selettiva su contesti ben più complessi del semplice valore “formale” del debito. Gli autori rilevano come l’approccio debba essere multifattoriale, ed evidenziano come le privatizzazioni siano un fattore molto positivo. Eppure, verrebbe da dire, questo sarebbe vero laddove fosse vero che l’asset privatizzando fosse un asset non ben amministrato (nel qual caso privatizzarlo non farebbe far cassa assai florida, quanto – forse… e preme sottolineare il forse – determinerebbe una minor spesa pubblica in conto economico grazie alla dismissione del cosidetto carrozzone), mentre, se fosse un asset che agisce positivamente sull’Ebitda[6] dei conti pubblici (volendo mutuare un approccio aziendalistico-privatistico per il sistema pubblico) la privatizzazione darebbe ossigeno per l’anno contabile in corso o anni su cui è spalmato l’incasso della privatizzazione ma toglierebbe un introito al sistema pubblico senza per ciò stesso garantire un minore impatto sui costi (si pensi quando da un privatizzazione il sistema pubblico deve accollarsi esuberi dell’azienda privatizzata, solo per fare un esempio banale). Se poi ci fosse non una privatizzazione ma una sorta di ipoteca su beni, cioè beni pubblici in garanzia di prestiti dall’estero (sul fronte interno, i prestiti garantiti da beni pubblici potrebbe avere un impatto paradossalmente neutro a livello di sistema), il discorso cambierebbe poi di poco: il caso, di nuovo, greco dimostra come di fatto anche questa pista si sia rivelata approssimativa e non ben supportata, forse, parere personale, anche su un piano politico-dottrinale o da una disciplina giuridico-economica davvero efficace. Gli autori fanno rientrare il discorso del caso particolare del debito “interno verso interno” visto poche righe sopra, ossia di debito che paga rendimenti all’interno del medesimo sistema che fruisce della somma concessa a prestito, quando, nell’elenco delle risposte di normalizzazione sul debito, introducono il tema del Quantitative easing (QE), evidenziando come «considerato che le banche centrali sono di proprietà del governo, e che gli interessi pagati sui titoli in circolazione sono restituiti alle tesorerie nazionali, questi bond statali sono essenzialmente diversi da quelli di proprietà di altri creditori. Concentrarsi sul debito pubblico “netto” (che esclude debiti di natura intra-statale, come i bond di proprietà delle banche centrali) è un approccio più efficace per valutare e garantire la sostenibilità del debito pubblico». Anche qua la complessità del tema comporterebbe altri fiumi di inchiostro, e per quanto io personalmente favorevole all’operazione di QE, ammetto che in buona parte il tutto spesso ha un impatto di “restitutire fiducia” più che dare solo un neutro apporto ai ratios  di riferimento, e, sbrigativamente, viene ancora da chiedersi, a dispetto di numeri e strategia di azioni: ma alla fine questo il debito eccessivo è poi così davvero eccessivo e/o lo è in misura uguale in tutte le menti di chi lo cita? Non è che sia – senza nulla voler togliere all’ottimo articolo e alle ficcanti, come detto sopra, analisi e argomentazioni – un locus amoenus degli economisti quando arriva il disagio di non aver più una situazione inquadrabile ma pur sempre figlia di teorie economiche che parevano esaustive? Una sorta di coso, come direbbero i bambini, percepibile ma non definibile, una sorta di buco nero logico-economico e, quindi, senza una vera dimensione parametrabili-misurabile?

[1] http://www.project-syndicate.org/columnist/adair-turner

[2] http://www.project-syndicate.org/columnist/susan-lund

[3] http://www.project-syndicate.org/commentary/global-debt-dilemma-by-adair-turner-and-susan-lund-2015-04/italian

[4] http://mobile.ilsole24ore.com/solemobile/main/art/commenti-e-idee/2015-04-23/il-dilemma-globale-debito-091749.shtml?uuid=ABXK64TD

[5] http://www.ilsaggiatore.com/argomenti/economia/9788842817970/il-debito/

[6] Acronimo inglese che significa Earnings Before Interest, Taxes, Depreciation and Amortization. In breve, si intende evidenziare come se l’asset privatizzando generasse un margine positivo per il sistema paese, si farebbe certo cassa una tantum a prezzo di mercato, ma si mortificherebbe la risorsa (fruttifera) pubblica e quindi spostando alle contabilità successive un delta negativo tra asset fruttiferi o produttivi e spesa pubblica corrente. Ben lungi, quindi, da essere una ricetta che anche solo teoricamente possa vantare con certezza una sua intrinseca valenza positiva.

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