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Vasco Rossi, “Ridere di te”. Poesia allo stato puro

Vasco o lo ami o lo odi, è un uomo da bianco o nero.  Ovviamente, artisticamente parlando.
E’ la maledizione delle figure carismatiche, quelle il cui carisma complessivo è non tanto un valore aggiunto ma un universo onnicomprensivo che riesce ad assorbire e fagocitare il lato artistico. Vasco è fenomeno di costume, stile di vita, simbolo per una grossa parte della popolazione italiana, trasversale tra le generazioni che se ne innamorano. Vasco è una sintesi dinamica di tutti gli aspetti degli anni ’80 e ’90 e poi 2000 fino ad oggi, una sintesi che è talmente italiana da limitarne all’estero la fama, rispetto ad artisti meno avvolgenti e coinvolgenti di lui in patria ma rinomati dal Sud America al  Giappone. Non che Vasco non sia noto all’estero, non che Vasco sia l’unico a vincere la sfida del “nessuno è profeta in patria” per essere condannato all’essere quasi nessuno all’estero: Ligabue, solo per citarne uno un po’ a caso e un po’ non a caso, gioca lo stesso ruolo nello scacchiere geomusicale.
Vasco, in Italia o per gli italiani all’estero, o lo ami o lo odi.
Eppure esiste una non così sottile zona di grigio in cui anche chi lo odia entra nel mondo di Vasco quasi in punta di piedi ma senza troppa puzza sotto il naso. In quella zona, i limiti del cantante, che è a sua volta assorbito dal personaggio-uomo-icona sul palco, vengono cancellati e chi ne entra a raggio è quasi per  potente forza gravitazionale artistica – riconosciuta anche dai detrattori, appunto – inevitabilmente attratto verso il centro, verso il cuore poetico.
Ridere di te non è una prima linea assoluta o inno partigiano eletto a simbolo del Blasco  ma è  cuore di quella zona grigia dove molti, per non dire tutti, senza partigianeria e senza partito preso avverso,  si possono riconoscere in un testo e sentirsi o protagonisti della confessione o parte spettatrice di un malinconico e poetico monologo.
Musicalmente, il brano è in zona grigia perché, pur dotato di indubbia caratterizzazione e specificità, offre tanti richiami che aprono a sonorità e stili che, evidentemente anche per i più distratti, ammiccano alle non stucchevoli malinconie da Dire Straits, facendo così da ponte su sponde di pubblico più “aristocratico” o “snob”(punti di vista, virgolettiamo bene…).
Testo di Vasco e musica di Maurizio Solieri, è proprio Solieri a dichiarare di essersi ispirato a Mark Knopfler e Dire Straits a causa del fascino che le loro atmosfere, il tipo di suono della chitarra e stile nel suonarla avevano su di lui proprio in quella metà degli anni ’80. Nata la musica e un meramente funzionale primo testo non-sense per creare  i campi da lasciare alla voce e al testo vero ancora da concepire, Vasco stilizzò, pur con grande eleganza, un testo non così marcato( o gravato, secondo i detrattori) di suoi caratteristici “eh” “oh” “ah” e affini, ma quasi puro, “pulito” come pulito è il suono della chitarra di Solieri. Questa modalità di creazione,  caso non certo unico per il sodalizio Vasco-Solieri, questa genesi del brano, che partiva dalla musica e ricercava solo dopo il testo, hanno permesso di dare corpo ad una relazione  che, se è vero che è un monologo quello di Vasco verso la lei di cui ridere, è invece un dialogo pieno e virtuosistico tra voce e chitarra.
Il testo è quasi uno confronto su sponde opposte tra la apparente intelligenza monolitica  di lei, che le permette di apparire così sicura e assertiva, e la saggezza di Vasco, meno ammantata di assolutismi e di giudizi categorici. Vediamo in dettaglio nel testo.
(di Maurizio Solieri, Vasco Rossi Copyright: Universal Music Publishing Ricordi S.r.l., Targa Italiana S.r.l. Ed. Musicali, Star S.r.l. Ed. Mus.)

Tu sì che sei “speciale“,

ti invidio sempre un po’:

sai sempre cosa fare e…

e che cosa è giusto o no.

Tu sei così sicura

di tutto intorno a te

che sembri quasi un’onda che

che si trascina me.

 

Lascia stare

che ho qualche anno in più!

E meno male

che sei convinta tu

Io sto uguale,

mi chiedo solo se

faccio male a volte

a ridere di te.

 

Le stelle stanno in cielo

e i sogni? Non lo so,

so solo che son pochi

quelli che si avverano.

Lo so che sei una “donna“.

Onesta? Non lo so

soprattutto con se stessa, beh…

con se stessa forse no

 

Lascia stare

che ho qualche anno in più

e meno male

che sei convinta tu!

Io sto uguale

e adesso penso che

chissà quante volte

hai riso tu di me

Il confronto, come ho provato ad evidenziare nei neretti (avrei dovuto evidenziare tutto… ), è tra assolutismo di superiorità concessa più che riconosciuta all’inizio a lei e una sottile dialettica di Vasco che canta mantenendo un registro di voce a lui funzionale, appunto “sottile” come estensione, più in tono con il suo registro naturale, e che esprime dubbi e domande dirompenti e che accentua il contrasto ironico aggiungendo i suoi forse.  Da lì in poi è più marcato che mai il peso di una superiorità di esperienza di vita che avvicina del tutto i ruoli assegnati in partenza (lei così sicura, lui dubbioso):  coi dubbi di lui sul “male a ridere di te”, l’amara domanda retorica finale “quante volte hai riso tu di me” sublima, chiudendolo, il confronto.
Le differenze tra piani di sentimenti non (più?) corrisposti non lasciano sul piedistallo l’una, lei, e nell’abisso l’altro ma si appiattiscono tra un senso di sterile superficialità di lei e di amara consapevolezza di lui.
Pari risultato ma con risvolti ben positivi è il venire meno, con un brano di questa portata, di differenze tra chi ama Vasco e chi lo “odia” (artisticamente parlando…): Ridere di te è poesia allo stato puro. Per tutti.

G P El Cid
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