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9 maggio 1978, il barbaro assassinio di Peppino Impastato

La breve vita di Giuseppe Impastato, detto “Peppino”, è la storia simbolo di un incredibile accanimento dell’accoppiata destino e società contro un individuo.
Il destino perché lo generò in un contesto dove il suo essere speciale, non solo come cultura ma come ideali ed etica, lo rendeva non in linea con il modello di riferimento dentro al quadro costituito dalla trama dei tentacoli di mafia e connivenza, ma un antagonista di quel quadro, quasi il peggior “male” dentro il male, un male per il male stesso che ne era sua origine ambientale. L’assurdo di un destino che creava un esempio di virtù e coraggio in un deserto di morale che non fosse quella di cosca e che appariva quasi una deviazione “intollerabile” per quel vuoto di etica. La rosa nel deserto: se non certo l’unica, una delle poche.
La società, non quella mafiosa ché sarebbe stato troppo facile e già nel suo destino, ma la società cosiddetta “civile” e la società come ordinamento, norme e regole e suoi attori con le loro tutele, la società che dovrebbe essere il luogo dove trovare riparo, protezione, e, nel caso estremo, riaffermazione del diritto, del giusto. Quella società, dinanzi al suo dramma e alla sua tragica fine per mano criminale, si perse – eufemisticamente – dietro a piste inutilmente contorte, quasi di fantasia estrema, non volendo o non essendo capace di riconoscere l’evidente nell’evidenza più semplice. Dilaniato, straziato, assassinato sui binari di un treno, fu più semplice pensare e ipotizzare che fosse una fatalità conseguente  «ad un attentato terroristico consumato dallo stesso Impastato, o, in subordine, di un suicidio “eclatante”», come raccontato da una delle due biografie che riportiamo poco qua sotto.
Proprio da queste biografie vogliamo partire per ricordare chi era l’uomo e l’artista Peppino Impastato.

Peppino Impastato

 Biografia, materiali e foto tratte da http://www.casamemoria.it/2013-10-21-09-08-59/2013-10-21-09-34-25.html

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Giuseppe Impastato: l’attività, il delitto, l’inchiesta e il depistaggio, le condanne dei mandanti 

Giuseppe Impastato nasce a Cinisi, in provincia di Palermo, il 5 gennaio 1948, da una famiglia mafiosa: il padre Luigi era stato inviato al confino durante il periodo fascista, lo zio e altri parenti erano mafiosi e il cognato del padre era il capomafia Cesare Manzella, ucciso con una giulietta al tritolo nel 1963. Ancora ragazzo, rompe con il padre, che lo caccia via di casa, e avvia un’attività politico-culturale antimafiosa.

Nel 1965 fonda il giornalino “L’Idea socialista” e aderisce al PSIUP. Dal 1968 in poi milita nei gruppi di Nuova Sinistra. Conduce le lotte dei contadini espropriati per la costruzione della terza pista dell’aeroporto di Palermo, in territorio di Cinisi, degli edili e dei disoccupati. Nel 1975 costituisce il gruppo “Musica e cultura”, che svolge attività culturali (cineforum, musica, teatro, dibattiti ecc.); nel 1977 fonda “Radio Aut”, radio libera autofinanziata, con cui denuncia i delitti e gli affari dei mafiosi di Cinisi e Terrasini, e in primo luogo del capomafia Gaetano Badalamenti, che avevano un ruolo di primo piano nei traffici internazionali di droga, attraverso il controllo dell’aeroporto. Il programma più seguito era “Onda pazza”, trasmissione satirica con cui sbeffeggiava mafiosi e politici.

Nel 1978 si candida nella lista di Democrazia Proletaria alle elezioni comunali. Viene assassinato nella notte tra l’8 e il 9 maggio del 1978, nel corso della campagna elettorale, con una carica di tritolo posta sotto il corpo adagiato sui binari della ferrovia.  Lo stesso giorno a Roma viene trovato il corpo di Aldo Moro, ucciso dalle Brigate rosse, e la morte di Moro cancella o relega in secondo piano quella di Impastato.

 

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Forze dell’ordine, magistratura e stampa parlano di atto terroristico in cui l’attentatore sarebbe rimasto vittima. In un fonogramma il procuratore capo Gaetano Martorana scrive: “Attentato alla sicurezza dei trasporti mediante esplosione dinamitarda. Verso le ore 0,30-1 del 9.05.1978 persona allo stato ignota, ma presumibilmente identificata in tale Impastato Giuseppe si recava a bordo della propria autovettura all’altezza del km. 30+180 della strada ferrata Trapani-Palermo per ivi collocare un ordigno dinamitardo che, esplodendo, dilaniava lo stesso attentatore”. La scoperta di una lettera, scritta molti mesi prima, completa il quadro: l’attentatore era un suicida.  I compagni di Peppino vengono interrogati come complici dell’attentatore, vengono perquisite le case della madre e della zia di Impastato, dei suoi compagni e non quelle dei mafiosi e le cave della zona, notoriamente gestite da mafiosi, nonostante che una relazione di servizio redatta da un brigadiere dei carabinieri dica che l’esplosivo usato era esplosivo da mina impiegato nelle cave.  Sui muri di Cinisi un manifesto dice che si tratta di un omicidio di mafia. Un altro manifesto a Palermo, con la scritta: “Peppino Impastato è stato assassinato dalla mafia”.  Al funerale partecipano circa mille persone provenienti in gran parte da Palermo e dai paesi vicini.  L’11 maggio il Centro siciliano di documentazione di Palermo, nato nel 1977 e che nel 1980 si sarebbe intitolato a Impastato, assieme ad altri presenta un esposto alla Procura in cui si sostiene che Peppino è stato assassinato. La mattina dello stesso giorno si svolge un’assemblea alla Facoltà di Architettura dell’Università di Palermo, con l’intervento del docente di Medicina legale in pensione Ideale Del Carpio, che smonta la tesi dell’attentato e del suicidio.  Nel pomeriggio dell’11 maggio a Cinisi il comizio di chiusura della campagna elettorale che doveva fare Peppino assieme a un dirigente nazionale di Democrazia proletaria, su invito dei compagni viene fatto da Umberto Santino, fondatore del Centro, che indica nei mafiosi di Cinisi, e in particolare in Badalamenti, i responsabili del delitto.  In quei giorni i compagni di Peppino raccolgono resti del corpo e trovano delle pietre macchiate di sangue nel casolare in cui Peppino era stato portato e ucciso o tramortito. Avranno un ruolo decisivo nel prosieguo delle indagini.  Il 16 maggio la madre di Peppino, Felicia Bartolotta, e il fratello Giovanni, inviano un esposto alla Procura indicando Badalamenti come mandante dell’omicidio.  Gli elettori di Cinisi votano il suo nome, riuscendo ad eleggerlo al Consiglio comunale.  Grazie all’attività del fratello Giovanni e della madre Felicia, che rompono pubblicamente con la parentela mafiosa, dei compagni di militanza e del Centro siciliano di documentazione, presso cui si costituisce un Comitato di controinformazione che nel luglio 1978 pubblica il bollettino 10 anni di lotta contro la mafia, viene individuata la matrice mafiosa del delitto e sulla base della documentazione raccolta e delle denunce presentate viene riaperta l’inchiesta giudiziaria.  Il 9 maggio del 1979, nel primo anniversario del delitto, il Centro siciliano di documentazione organizza, con Democrazia Proletaria, la prima manifestazione nazionale contro la mafia della storia d’Italia, a cui parteciparono 2000 persone provenienti da tutto il Paese.  Nel maggio del 1984 l’Ufficio Istruzione del Tribunale di Palermo, sulla base delle indicazioni del Consigliere Istruttore Rocco Chinnici, che aveva avviato il lavoro del primo pool antimafia ed era stato assassinato nel luglio del 1983, emette una sentenza, firmata dal Consigliere Istruttore Antonino Caponnetto, in cui si riconosce la matrice mafiosa del delitto, attribuito però ad ignoti. Il Centro Impastato pubblica nel 1986 la storia di vita della madre di Peppino, nel volume La mafia in casa mia, e il dossier Notissimi ignoti, indicando come mandante del delitto Gaetano Badalamenti, nel frattempo condannato a 45 anni di reclusione per traffico di droga dalla Corte di New York, nel processo alla Pizza Connection. La madre rivela un episodio che sarà decisivo: il viaggio negli Stati Uniti del marito Luigi, dopo un incontro con Badalamenti in seguito alla diffusione di un volantino particolarmente duro di Peppino. Durante il viaggio Luigi dice a una parente: “Prima di uccidere Peppino devono uccidere me”. Muore nel settembre del 1977 in un incidente stradale che potrebbe essere stato un omicidio camuffato. Nel gennaio 1988 il Tribunale di Palermo invia una comunicazione giudiziaria a Badalamenti.  Nel maggio del 1992 il Tribunale di Palermo decide l’archiviazione del “caso Impastato”, ribadendo la matrice mafiosa del delitto ma escludendo la possibilità di individuare i colpevoli e ipotizzando la responsabilità dei mafiosi di Cinisi alleati dei “corleonesi”. Nel maggio del 1994 il Centro Impastato presenta un’istanza per la riapertura dell’inchiesta, accompagnata da una petizione popolare, chiedendo che venga interrogato sul delitto Impastato il nuovo collaboratore della giustizia Salvatore Palazzolo, affiliato alla mafia di Cinisi. Nel marzo del 1996 la madre, il fratello e il Centro Impastato presentano un esposto in cui chiedono di indagare su episodi non chiariti, riguardanti in particolare il comportamento dei carabinieri subito dopo il delitto.  Nel giugno del 1996, in seguito alle dichiarazioni di Palazzolo, che indica in Badalamenti il mandante dell’omicidio assieme al suo vice Vito Palazzolo, l’inchiesta viene formalmente riaperta.  Nel novembre del 1997 viene emesso un ordine di cattura per Badalamenti, incriminato come mandante del delitto.  Il 10 marzo 1999 si svolge l’udienza preliminare del processo contro Vito Palazzolo, mentre la posizione di Badalamenti viene stralciata. I familiari, il Centro Impastato, Rifondazione comunista, il Comune di Cinisi e l’Ordine dei giornalisti chiedono di costituirsi parte civile e la loro richiesta viene accolta.  Il 23 novembre 1999 Gaetano Badalamenti rinuncia alla udienza preliminare e chiede il giudizio immediato. Nell’udienza del 26 gennaio 2000 la difesa di Vito Palazzolo chiede che si proceda con il rito abbreviato, mentre il processo contro Gaetano Badalamenti si svolgerà con il rito normale e in video-conferenza. Il 4 maggio, nel procedimento contro Palazzolo, e il 21 settembre, nel processo contro Badalamenti, vengono respinte le richieste di costituzione di parte civile del Centro Impastato, di Rifondazione comunista e dell’Ordine dei giornalisti.  Nel 1998 presso la Commissione parlamentare antimafia si costituisce un Comitato sul caso Impastato e il 6 dicembre 2000 viene approvata una relazione sulle responsabilità di rappresentanti delle istituzioni nel depistaggio delle indagini, pubblicata successivamente nel volume Peppino Impastato: anatomia di un depistaggio. Nel settembre del 2000 esce il film I cento passi che ha fatto conoscere Peppino al grande pubblico. Il 5 marzo 2001 la Corte d’assise ha riconosciuto Vito Palazzolo colpevole e lo ha condannato a 30 anni di reclusione. L’11 aprile 2002 Gaetano Badalamenti è stato condannato all’ergastolo. Badalamenti e Palazzolo sono successivamente deceduti.  Il 7 dicembre 2004 è morta Felicia Bartolotta, madre di Peppino. Nel 2011 casa Badalamenti, confiscata, è stata assegnata all’Associazione Casa Memoria “Felicia e Peppino Impastato” e all’Associazione “Peppino Impastato”. Nel 2011 la Procura di Palermo ha riaperto le indagini sul depistaggio. Nell’aprile del 2012 esce una nuova edizione del volume Peppino Impastato: anatomia di un depistaggio.

 

Biografia, materiali e foto tratte da http://www.peppinoimpastato.com/biografia.htm 

 

BIOGRAFIA DI GIUSEPPE IMPASTATO

Nasce a Cinisi il 5 gennaio 1948 da Felicia Bartolotta e Luigi Impastato. La famiglia Impastato è bene inserita negli ambienti mafiosi locali: si noti che una sorella di Luigi ha sposato il capomafia Cesare Manzella, considerato uno dei boss che individuarono nei traffici di droga il nuovo terreno di accumulazione di denaro. Frequenta il Liceo Classico di Partinico ed appartiene a quegli anni il suo avvicinamento alla politica, particolarmente al PSIUP, formazione politica nata dopo l’ingresso del PSI nei governi di centro-sinistra. Assieme ad altri giovani fonda un giornale, “L’Idea socialista” che, dopo alcuni numeri, sarà sequestrato: di particolare interesse un servizio di Peppino sulla “Marcia della protesta e della pace” organizzata da Danilo Dolci nel marzo del 1967: il rapporto con Danilo, sia pure episodico, lascia un notevole segno nella formazione politica di Peppino. In una breve nota biografica Peppino scrive:

“Arrivai alla politica nel lontano novembre del ’65, su basi puramente emozionali: a partire cioè da una mia esigenza di reagire ad una condizione familiare ormai divenuta insostenibile. Mio padre, capo del piccolo clan e membro di un clan più vasto, con connotati ideologici tipici di una civiltà tardo-contadina e preindustriale, aveva concentrato tutti i suoi sforzi, sin dalla mia nascita, nel tentativo di impormi le sue scelte e il suo codice comportamentale. E’ riuscito soltanto a tagliarmi ogni canale di comunicazione affettiva e compromettere definitivamente ogni possibilità di espansione lineare della mia soggettività. Approdai al PSIUP con la rabbia e la disperazione di chi, al tempo stesso, vuole rompere tutto e cerca protezione. Creammo un forte nucleo giovanile, fondammo un giornale e un movimento d’opinione, finimmo in tribunale e su tutti i giornali. Lasciai il PSIUP due anni dopo, quando d’autorità fu sciolta la Federazione Giovanile. Erano i tempi della rivoluzione culturale e del “Che”. Il ’68 mi prese quasi alla sprovvista. Partecipai disordinatamente alle lotte studentesche e alle prime occupazioni. Poi l’adesione, ancora na volta su un piano più emozionale che politico, alle tesi di uno dei tanti gruppi marxisti-leninisti, la Lega. Le lotte di Punta Raisi e lo straordinario movimento di massa che si è riusciti a costruirvi attorno. E’ stato anche un periodo, delle dispute sul partito e sulla concezione e costruzione del partito: un momento di straordinario e affascinante processo di approfondimento teorico. Alla fine di quell’anno l’adesione ad uno dei due tronconi, quello maggioritario, del PCD’I ml.- il bisogno di un minimo di struttura organizzativa alle spalle (bisogno di protezione ), è stato molto forte. Passavo, con continuità ininterrotta da fasi di cupa disperazione a momenti di autentica esaltazione e capacità creativa: la costruzione di un vastissimo movimento d’opinione a livello giovanile, il proliferare delle sedi di partito nella zona, le prime esperienze di lotta di quartiere, stavano lì a dimostrarlo. Ma io mi allontanavo sempre più dalla realtà, diventava sempre più difficile stabilire un rapporto lineare col mondo esterno, mi racchiudevo sempre più in me stesso. Mi caratterizzava sempre più una grande paura di tutto e di tutti e al tempo stesso una voglia quasi incontrollabile di aprirmi e costruire. Da un mese all’altro, da una settimana all’altra, diventava sempre più difficile riconoscermi. Per giorni e giorni non parlavo con nessuno, poi ritornavo a gioire, a riproporre: vivevo in uno stato di incontrollabile schizofrenia. E mi beccai i primi ammonimenti e la prima sospensione dal partito. Fui anche trasferito in un. altro posto a svolgere attività, ma non riuscii a resistere per più di una settimana: mi fu anche proposto di trasferirmi a Palermo, al Cantiere Navale: un pò di vicinanza con la Classe mi avrebbe giovato. Avevano ragione, ma rifiutai.

Mi trascinai in seguito, per qualche mese, in preda all’alcool, sino alla primavera del ’72 ( assassinio di Feltrinelli e campagna per le elezioni politiche anticipate ). Aderii, con l’entusiasmo che mi ha sempre caratterizzato, alla proposta del gruppo del “Manifesto”: sentivo il bisogno di garanzie istituzionali: mi beccai soltanto la cocente delusione della sconfitta elettorale. Furono mesi di delusione e disimpegno: mi trovavo, di fatto, fuori dalla politica. Autunno ’72. Inizia la sua attività il Circolo Ottobre a Palermo, vi aderisco e do il mio contributo.Mi avvicino a “Lotta Continua” e al suo processo di revisione critica delle precedenti posizioni spontaneistiche, particolarmente in rapporto ai consigli: una problematico che mi aveva particolarmente affascinato nelle tesi del “Manifesto” Conosco Mauro Rostagno : è un episodio centrale nella mia vita degli ultimi anni. Aderisco a “Lotta Continua” nell’estate del ’73, partecipo a quasi tutte le riunioni di scuola-quadri dell’organizzazione, stringo sempre più o rapporti con Rostagno: rappresenta per me un compagno che mi dà garanzie e sicurezza: comincio ad aprirmi alle sue posizioni libertarie, mi avvicino alla problematica renudista. Si riparte con l’iniziativa politica a Cinisi, si apre una sede e si dà luogo a quella meravigliosa, anche se molto parziale, esperienza di organizzazione degli edili. L’inverno è freddo, la mia disperazione è tiepida. Parto militare: è quel periodo, peraltro molto breve, il termometro del mio stato emozionale: vivo 110 giorni di continuo stato di angoscia e in preda alla più incredibile mania di persecuzione”

 

Nel 1975 organizza il Circolo “Musica e Cultura”, un’associazione che promuove attività culturali e musicali e che diventa il principale punto di riferimento por i giovani di Cinisi. All’interno del Circolo trovano particolare spazio ìl “Collettivo Femminista” e il “Collettivo Antinucleare” Il tentativo di superare la crisi complessiva dei gruppi che si ispiravano alle idee della sinistra “rivoluzionaria” , verificatasi intorno al 1977 porta Giuseppe Impastato e il suo gruppo alla realizzazione di Radio Aut, un’emittente autofinanziata che indirizza i suoi sforzi e la sua scelta nel campo della controinformazione e soprattutto in quello della satira nei confronti della mafia e degli esponenti della politica locale. Nel 1978 partecipa con una lista che ha il simbolo di Democrazia Proletaria, alle elezioni comunali a Cinisi. Viene assassinato il 9 maggio 1978, qualche giorno prima delle elezioni e qualche giorno dopo l’esposizione di una documentata mostra fotografica sulla devastazione del territorio operata da speculatori e gruppi mafiosi: il suo corpo è dilaniato da una carica di tritolo posta sui binari della linea ferrata Palermo-Trapani. Le indagini sono, in un primo tempo orientate sull’ipotesi di un attentato terroristico consumato dallo stesso Impastato, o, in subordine, di un suicidio “eclatante”.
Nel gennaio 1988 il Tribunale di Palermo invia una comunicazione giudiziaria a Badalamenti. Nel maggio del 1992 il Tribunale di Palermo decide l’archiviazione del “caso Impastato”, ribadendo la matrice mafiosa del delitto ma escludendo la possibilità di individuare i colpevoli e ipotizzando la possibile responsabilità dei mafiosi di Cinisi alleati dei “corleonesi”. Nel maggio del 1994 il Centro Impastato presenta un’istanza per la riapertura dell’inchiesta, accompagnata da una petizione popolare, chiedendo che venga interrogato sul delitto Impastato il nuovo collaboratore della giustizia Salvatore Palazzolo, affiliato alla mafia di Cinisi. Nel marzo del 1996 la madre, il fratello e il Centro Impastato presentano un esposto in cui chiedono di indagare su episodi non chiariti, riguardanti in particolare il comportamento dei carabinieri subito dopo il delitto. Nel giugno del 1996, in seguito alle dichiarazioni di Salvatore Palazzolo, che indica in Badalamenti il mandante dell’omicidio assieme al suo vice Vito Palazzolo, l’inchiesta viene formalmente riaperta. Nel novembre del 1997 viene emesso un ordine di cattura per Badalamenti, incriminato come mandante del delitto. Il 10 marzo 1999 si svolge l’udienza preliminare del processo contro Vito Palazzolo, mentre la posizione di Badalamenti viene stralciata. I familiari, il Centro Impastato, Rifondazione comunista, il Comune di Cinisi e l’Ordine dei giornalisti chiedono di costituirsi parte civile e la loro richiesta viene accolta. Il 23 novembre 1999 Gaetano Badalamenti rinuncia alla udienza preliminare e chiede il giudizio immediato. Nell’udienza del 26 gennaio 2000 la difesa di Vito Palazzolo chiede che si proceda con il rito abbreviato, mentre il processo contro Gaetano Badalamenti si svolgerà con il rito normale e in video-conferenza. Il 4 maggio, nel procedimento contro Palazzolo, e il 21 settembre, nel processo contro Badalamenti, vengono respinte le richieste di costituzione di parte civile del Centro Impastato, di Rifondazione comunista e dell’Ordine dei giornalisti.
Nel 1998 presso la Commissione parlamentare antimafia si è costituito un Comitato sul caso Impastato e il 6 Dicembre 2000 è stata approvata una relazione sulle responsabilità di rappresentanti delle istituzioni nel depistaggio delle indagini.
Il 5 marzo 2001 la Corte d’assise ha riconosciuto Vito Palazzolo colpevole e lo ha condannato a 30 anni di reclusione. L’11 aprile 2002 Gaetano Badalamenti è stato condannato all’ergastolo. Badalamenti e Palazzolo sono successivamente deceduti.
Il 7 dicembre 2004 è morta Felicia Bartolotta, madre di Peppino.

 

 

Articolo tratto da La Repubblica, a firma di Attilio Balzoni

Chiamava il boss Tano seduto saltò in aria e passò per suicida

PALERMO – Nei giorni che seguirono ci fu solo una perquisizione. E la fecero a casa di quel ragazzo morto sui binari, una perquisizione che durò a lungo “al fine di rinvenire armi e munizioni o materiale esplodente illegalmente detenuto”. Non trovarono nulla. Solo due fogli in mezzo a un libro che qualcuno passò al giornale locale. I pensieri più intimi di un sognatore ribelle furono presto divulgati: “Medito sulla necessità di abbandonare la politica e la vita… oggi ho provato un profondo senso di schifo…”. La lettera era di quasi un anno prima, nessuno lo disse. Quello era un testamento, la lettera era diventata la “prova” che cercavano: il ragazzo si era suicidato. Però la scorribanda sbirresca era cominciata già prima, era cominciata quando i resti del corpo di Peppino erano ancora sparsi sui binari che attraversavano le campagne profumate di zagara tra Cinisi e il mare. Il cadavere del ragazzo era ancora lì e sulla scrivania di Sua Eccellenza Giovanni Pizzillo era già arrivato un fonogramma, poche righe che rivelavano l’ odore dell’ indagine: “Verso lo 0,30 del 9 maggio 1978 persona identificatisi presumibilmente in tale Impastato Giuseppe si recava a bordo della propria autovettura Fiat 850 all’ altezza del km 30 della strada ferrata TrapaniPalermo per ivi collocare un ordigno dinamitardo, che esplodendo dilaniava lo stesso…”. La notizia di un “terrorista” maldestro saltato in aria in uno sconosciuto paese siciliano fu relegata nelle “brevi” di cronaca, la morte di Peppino venne inghiottita dal clamore per il ritrovamento in via Caetani del cadavere di Aldo Moro. Fu sepolto come suicida il ragazzo di Cinisi. E lo «suicidarono» tutti insieme: i mafiosi che lo avevano trascinato sui binari, i carabinieri che fecero finta di non vedere, i magistrati che non ordinarono accertamenti investigativi. Nessuno interrogò mai un mafioso, nessuno fece sopralluoghi nelle cave dei boss per cercare esplosivi, nessuno esaminò quelle macchie di sangue trovate dal necroforo comunale in un casolare. Il caso era chiuso. E il nome di Gaetano Badalamenti, l’ uomo più potente in quell’ angolo di Sicilia, non affiorò mai nemmeno su una vaga “informativa”. Il depistaggio arrivò poi al limite del ridicolo. Esattamente 22 giorni dopo l’ omicidio. In quella data fu presentato dai carabinieri il primo rapporto ufficiale alla magistratura, c’ era scritto: “Anche se si volesse insistere su un’ ipotesi delittuosa, bisognerebbe comunque escludere che Giuseppe Impastato sia stato ucciso dalla mafia”. Decisero a tavolino che Cosa Nostra “era assolutamente estranea” alla morte di quel giornalista che dai microfoni di “Radio Aut” denunciava gli imbrogli e prendeva in giro il grande boss chiamandolo “Tano Seduto”. Era un re don Tano a Cinisi, aveva stalle piene di vacche e forzieri pieni di soldi. Era salito sulla “giostra” della droga, trafficava con gli States, controllava l’ aeroporto di Punta Raisi, il Boeing che da Palermo si alzava ogni settimana verso New York l’ avevano battezzato in suo onore “Il Padrino”. Tutti sapevano chi era e cosa faceva Tano Badalamenti, tutti tranne alcuni carabinieri. In una terra dove si sopravviveva nel silenzio e con il silenzio “Tano Seduto” era sputtanato ogni giorno da quel ragazzo figlio di uno che stava vicino alla “famiglia”, un militante della sinistra che parlava solo di rivoluzione e di legge, un ficcanaso che non aveva voluto capire gli avvertimenti e i “consigli” che gli avevano più volte sussurrato. Così don Tano ordinò di far fuori Peppino che abitava proprio a “cento passi” dalla sua casa, lungo quel viale di Cinisi che sale verso la montagna. Quei «cento passi» diventarono il bellissimo film di Marco Tullio Giordana premiato a Venezia nel 2000, la storia di un sognatore ucciso due volte. L’ indagine cancellò ogni verità sulla fine di Peppino. Solo la tenacia e l’ amore dei parenti più stretti e degli amici più vicini – primo tra tutti Umberto Santino che ha dedicato la sua vita alla memoria di Impastato – hanno fatto riaprire il “caso”, prima dal consigliere istruttore Chinnici e poi dal procuratore capo Caselli. Si è andati a processo con gli indizi raccolti di volta in volta da amici e parenti. «Cose da film», ha sempre commentato con sarcasmo don Tano. Ma dopo quasi 25 anni e 27 udienze, giustizia è stata fatta. Nel secolo dopo.

ATTILIO BOLZONI12 aprile 2002 

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