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Impegno collettivo e crowdfunding, intervista ad Alessandro Stefanini

La raccolta di fondi per il recupero o la valorizzazione di ben comuni accompagna la vita sociale dell’uomo dalla sua origine. Ovviamente sono cambiate modalità ma anche soggetti che nel corso della storia sono stati soggetti attivi, non solo per disponibilità finanziaria ma anche per ruolo o status, per prestigio, per vocazione e sensibilità. Simile a una distribuzione di tipo piramidale, col passare dei secoli la base si è sempre più allargata e, complice lo straordinario impulso della tecnologia come “facilitatore” strutturale, oggi il crowdfunding, termine inglese che significa finanziamento collettivo tramite un processo collaborativo diffuso tra persone non per forza legate tra loro o organizzate tra loro, è un tema che vede impegnati trasversalmente molti ricercatori, portatori d’interesse e professionisti.

Noi di Said in Italy abbiamo avuto il piacere di intervistare Alessandro Stefanini, professionista che da tempo si occupa della materia, di crowdfunding e delle nuove frontiere su cui far convergere modelli di raccolta, tecnologia e una serie di attività strumentali di forte supporto per tutto quanto concerne lo sviluppo territoriale “dal basso”.

Lo abbiamo incontrato dopo l’evento dedicato dall’European Crowdfunding Network (ECN), tenutosi a Bologna nella due giorni di giugno 2018. Un’occasione per fare il punto sul tema.

Cos’è il crowdfunding?

Il crowdfunding è letteralmente il finanziamento collettivo, ossia la raccolta, a favore di un’iniziativa, di contributi economici provenienti da una pluralità di soggetti, attraverso una piattaforma informatica.

Quali tipologie esistono?

Il crowdfunding che oggi conosciamo nasce per finanziare progetti innovativi, come la creazione di prototipi o l’attivazione di start-up. Può essere donation/reward-based, ossia consistere nella raccolta di donazioni cui possono corrispondere dei premi legati all’iniziativa, oppure essere un vero e proprio investimento in capitale di rischio, attraverso cui l’investitore può acquistare titoli (equity crowdfunding) o prestare denaro (lending crowdfunding) a un’impresa.

Si sente anche parlare di civic crowdfunding.

Il civic crowdfunding si sta, in effetti, affermando negli ultimi anni. Consiste nella raccolta di fondi a favore di iniziative di pubblica utilità, con campagne che prevedono la gratuità del contributo o, al massimo, premi simbolici. Queste campagne possono essere lanciate da enti pubblici, come i comuni, o da soggetti del terzo settore o anche da aziende o banche nell’ambito di iniziative di responsabilità sociale d’impresa. Possono riguardare il recupero di un bene pubblico oppure il finanziamento di un progetto di rilevanza sociale. Spesso capita che i progetti siano co-finanziati dalla realtà promotrice della campagna o attraverso altri canali: si parla in questi casi di match-funding, che si è dimostrato essere il mezzo più efficace, perché i potenziali donatori sono più invogliati a contribuire.

A fine giugno 2018 si è tenuto a Bologna un evento sul tema. Vuoi parlarcene?

A fine giugno, la sede bolognese del CNR ha ospitato gli stati generali dello European Crowdfunding Network (ECN), organizzazione che si occupa di studiare e promuovere il crowdfunding come strumento di supporto all’iniziativa imprenditoriale e civica. Questo terzo “crowdcamp” era dedicato alla “Dimensione europea del crowdfunding civico”. E’ stata una bella occasione per fare il punto sullo stato dell’arte della materia, per analizzarne le prospettive e per vedere una serie di belle esperienze da tutt’Europa.

Ce ne descrivi qualcuna?

Nella regione più povera della Spagna, l’Extremadura, c’è stato un esempio di match-funding a favore di progetti innovativi open source promosso dall’agenzia locale di innovazione Fundecyt, che ha messo insieme il crowdfunding sulle piattaforme spagnole Goteo e Lanzanos con i finanziamenti UE del Fondo Sociale Europeo. I progetti erano scelti sulla base del loro potenziale impatto sociale, della loro originalità, della capacità di coinvolgere portatori locali d’interesse e di un abbozzo di business plan.

Venendo a casa nostra, nel 2013 il Comune di Bologna lanciò sulla piattaforma GingER la campagna “Un passo per San Luca”, per il restauro del famoso Portico: furono raccolti più di 300mila euro da più di 7000 micro-donazioni, cui si aggiunsero vari contributi di soggetti istituzionali. La cosa interessante è che il progetto ha avuto molte ricadute positivi in termini di coinvolgimento della cittadinanza, che si è impegnata nella manutenzione del bene, che è diventato anche meta di molti sportivi.

L’esperienza di San Luca, in effetti, ha seguito quella di Città della Scienza, a Napoli, per la cui ricostruzione fu raccolto nel 2013 quasi un milione di euro, di cui 300mila dal grande pubblico, attraverso un numero solidale, generando un’enorme mobilitazione nella società. Un crowdfunding ante litteram.

Quindi il valore del civic crowdfunding non sta solo nella raccolta dei fondi, giusto?

Esatto. E’ vero che in tempi di tagli alla spesa pubblica, il crowdfunding può essere uno strumento per finanziare alcuni progetti specifici, ma tutti gli intervenuti hanno confermato che il vero valore sta nell’effetto di coinvolgimento della cittadinanza che, ad esempio, grazie ad una campagna per il recupero di un bene pubblico riscopre quel bene, lo fa suo, lo sente proprio. Aumenta così la consapevolezza e l’impegno civico nella tutela del proprio territorio, ma si crea anche un nuovo rapporto di fiducia con l’istituzione che ha promosso la campagna. Da questo punto di vista, una campagna di crowdfuding implica la trasparenza e la rendicontazione e se io, cittadino, posso vedere che i miei soldi sono ben spesi per il progetto a cui tengo, e sono magari affiancati da altri fondi pubblici, tendo a fidarmi di più dell’ente che ha portato avanti il progetto. Dall’altra parte, il promotore è sotto il costante controllo di tanti occhi quanti sono quelli dei donatori.

Oltre al progetto di Bologna, esistono esempi di altre città europee che hanno adottato il crowdfunding?

Forse si fa prima a dire chi non l’ha fatto! Londra, ad esempio, attraverso la sua piattaforma Crowdfund London lancia ogni anno un bando per raccogliere progetti, che poi vengono selezionati dai vari consigli locali della città. Certo, non è facile scegliere tra la miriade di progetti che ogni anno viene presentata e tanti di questi non si trasformano in campagne, ma questa costanza nel tempo crea attesa e familiarità con lo strumento. Il crowdfunding aiuta anche gli amministratori a destinare risorse a progetti che suscitino un reale interesse da parte della cittadinanza. Anche Barcellona, con la sua agenzia BarcelonActiva, lancia continuamente bandi di crowdfunding civico, sempre sulla piattaforma Goteo, che raccolgono donazioni il cui unico corrispettivo è la soddisfazione di vivere in un ambiente cittadino migliore, grazie alle iniziative realizzate. La regione di Bruxelles ospita e cofinanzia campagne in collaborazione con la piattaforma Growfunding.be, campagne che offrono premi “partecipativi”: ad esempio, una campagna sulla corretta alimentazione premiava i donatori con delle lezioni comunitarie di cucina sana. In Italia, Milano e Torino si stanno attrezzando, mentre Bologna, col supporto della Regione e della Città metropolitana, punta a diventare l’hub italiano del crowdfunding. Anche molte città tedesche hanno la loro piattaforma sul gigante StartNext, colosso tedesco del crowdfunding che fin qui ha raccolto circa 50 milioni di euro.

Quindi il crowdfunding civico inizia ad attrarre anche da noi capitali importanti?

Sì, anche se non siamo ai livelli di certe campagne americane, che comunque restano casi rari anche oltreoceano. Non stupisce comunque che anche in Europa, anche in Italia, grandi imprese e banche si stiano dotando di piattaforme per finanziare progetti di open innovation o di utilità sociale, nell’ambito delle loro politiche di responsabilità sociale d’impresa.

E per quanto riguarda le associazioni non-profit?

Come accennavo all’inizio, anche il terzo settore può trarre benefici da una campagna di crowdfunding, e infatti alcune grandi realtà sono già partite. Ma anche una ONLUS locale potrebbe pensare seriamente a integrare i suoi classici canali di raccolta con una campagna di crowdfunding. Come ha evidenziato uno studio, presentato sempre a Bologna, di Nesta, fondazione inglese per l’innovazione, il crowdfunding attira donatori nuovi e diversi rispetto ai tradizionali finanziatori dei progetti esaminati, ma incoraggia anche i donatori tradizionali a contribuire e non solo attira fondi, ma anche contributi diversi, come nuovi volontari o suggerimenti per migliorare la campagna; una campagna di crowdfunding fa inoltre acquisire nuove capacità ai suoi promotori e, nella gran parte dei casi, i donatori provengono dalla stessa zona in cui è situato il progetto.

A Bologna è stato portato qualche esempio di progetto italiano?

In  un panel dedicato sono stati presentati tre progetti, che si sono finanziati sulla piattaforma GingER: TRACE (un progetto di finanziamento della ricerca sui tumori che prevedeva dei premi originali: la possibilità di entrare nei laboratori e assistere al lavoro dei ricercatori), #alloraspengo (progetto dedicato alle scuole della startup EnergyWay, che si è occupato di analizzare i dati dei consumi insieme agli studenti per ottimizzare con loro la gestione energetica) e Pagurojeans (fabbricazione di jeans con denim riciclati). In tutti e tre i casi la campagna di crowdfunding è servita soprattutto come strumento di sensibilizzazione/marketing del progetto. EnergyWay ha trovato collaborazioni con le istituzioni, nuovi clienti tra i finanziatori del progetto, un rapporto con BPER (Banca Popolare dell’Emilia Romagna, n.d.r) e 900 followers in più sui social. Pagurojeans, grazie alla campagna di successo, si è fatta pubblicità ed è risultata più affidabile agli occhi delle banche.

Ma qual è il segreto per il successo di una campagna di crowdfunding?

Partiamo col dire una cosa che a Bologna è stata ripetuta più volte: in questo campo non mancano i soldi, ma i buoni progetti. Trasformare una semplice idea in una campagna non è detto sia possibile e comunque non è banale. Non è un caso che in Italia, nel 2017, secondo i dati raccolti da Starteed nel suo studio annuale, solo il 23% delle idee siano diventate effettivamente del campagne di crowdfunding. Poi è fondamentale la comunicazione. Le grandi piattaforme europee come Goteo, Growfunding o Startnext forniscono ai promotori delle campagne dei corsi intensivi di comunicazione. Si suggerisce anche di affiancare alla campagna di crowdfunding degli eventi di promozione “off-line”. E’ importante, secondo uno studio dell’Odisee University di Bruxelles, presentato sempre a Bologna, l’analisi dei dati e il confronto con quelli delle campagne di successo. Bisogna anche scegliere bene la piattaforma, considerando, a questo proposito, che dopo il boom degli anni passati, l’offerta si sta concentrando: l’affidabilità di una piattaforma è fondamentale.

E dal punto di vista normativo, qual è la situazione in Europa?

Purtroppo il fenomeno del crowdfunding non è oggetto di una normativa armonizzata e i pochi Paesi che hanno legiferato, lo hanno fatto in ordine sparso. Per una volta l’Italia non è il fanalino di coda, anzi è stato il primo Paese a normare il crowdfunding, almeno quello d’investimento in capitale di rischio, che può essere effettuato solo su piattaforme registrate presso la CONSOB. Uno studio dell’Università di Bologna, svolto nell’ambito del progetto europeo Crowd Fund Port dell’Interreg Central Europe, ha analizzato lo stato dell’arte del fenomeno nell’europa centro-orientale. Ne è venuto fuori un quadro, come dicevo, di grande frammentazione e lacune normative. C’è però da dire che la Commissione Europea ha iniziato ad occuparsi del crowdfunding ed ha redatto una Proposta di Regolamento in proposito, primo passo verso una normativa vincolante valida in tutta l’Unione. Il crowdfunding solleva infatti diversi temi per i giuristi, dal trattamento dei dati personali, alla gestione di capitali, fino ai rischi legati al riciclaggio di denaro.

In conclusione, che impressioni ti ha lasciato l’iniziativa organizzata dall’ECN?

Questa due giorni bolognese non ha fatto altro che confermare l’estremo dinamismo di un settore in rapida crescita, che sta iniziando a prender piede nel mondo dell’investimento e del sostegno all’innovazione e potrebbe effettivamente, sulla scorta dei vari esempi attivi in Europa, essere uno dei nuovi strumenti di cittadinanza, in grado di modificare e al contempo rafforzare il rapporto tra cittadini, istituzioni, terzo settore e territorio. Tutto questo sarà tanto più possibile, quanto più le buone pratiche saranno messe a sistema e le norme armonizzate, al fine di creare un’unica cornice nell’ambito dell’Europa. Potremmo chiamarla la via europea al crowdfunding.

Grazie e presto, caro Alessandro, e… in attesa di nuovi sviluppi: ci piacerebbe rimanere aggiornati sul tema, se vorrai.

Certamente, con molto piacere. Grazie a voi di Said in Italy per l’attenzione rivoltami e, come singolo professionista ma anche nelle varie società con cui sono attivo, sarà per me un piacere fare di tanto in tanto il punto con voi, nella speranza di poter raccontare uno sviluppo apprezzabile non solo di raccolta ma di attenzione e cura di queste attività “dal basso”.
A presto!

 

 

 

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