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Dal sogno in Bolivia alla morte in Argentina

Dal sogno in Bolivia alla morte in Argentina

Dal diario personale di R. S.

R. S. all’epoca dei fatti che andiamo a raccontare si occupava dell’azienda agricola di famiglia e alla fine della seconda guerra mondiale, con l’Italia  liberata dai nazisti per opera anche degli Alleati, nelle cui fila era preponderante la presenza degli americani, l’America per molte persone appariva come la nuova terra promessa, rifugio e rimedio a tutti i mali. Alla fine di una terribile guerra durata circa 5 anni e che tanto e troppo si era portata via con sé, l’Italia appariva a molti suoi cittadini come un paese in ginocchio, inesorabilmente paralizzato, e diffuso era il desiderio di espatriare, soprattutto proprio verso gli Stati Uniti. E proprio quando pare che anche la malvagità possa finalmente aver perso molto del  suo macabro vigore dopo gli scempi della guerra, annichilita per il ribrezzo di tanta violenza e crudeltà consumate, è quello il momento in cui al contrario nuove forme di crudeltà e sfruttamento emergono come dal nulla. Un genio malato di creatività di nuove manovre fraudolente sulla pelle dei sopravvissuti trovava  vigore in quel contesto misto di disillusione ma voglia di reagire a qualunque costo e verso qualunque altro luogo: il genio tipico degli imbroglioni e venditori di false speranze aveva formato il suo nuovo esercito.
Una compagnia italiana di imbroglioni, infatti, si era affrettata a farsi promotrice di trovare lavoro all’estero e d’ingaggiare, quindi, uomini per lavorare. Il requisito principale era di avere a disposizione un grosso camion al fine di partecipare ai lavori di costruzione di  strade e ponti in Bolivia;  il contratto proposto sembrava molto vantaggioso ed era della durata di 3 anni: garantiva un tempo che rendeva plausibile lasciare l’Italia e “rischiare” al di là dell’Atlantico.
Molti furono gli aderenti, soprattutto dalle regioni del Nord Italia, in particolare dalle province piemontesi e lombarde, e tra queste persone aderì all’iniziativa anche R. S.: non aveva tutti i mezzi in proprio necessari e così aveva dovuto fare società con alcuni amici fidati dei paesi vicini.
Per affrontare le spese di ingaggio, che si aggiravano intorno ai 4.000.000 di lire (nel 1947 – 1948), quasi tutti dovettero vendere ciò che avevano e/o ipotecare e/o indebitarsi con cambiali dietro assicurazione che nel giro di 2-3 anni avrebbero provveduto a sistemare ogni cosa e ripagare i debiti.
Quando arrivarono in America ecco presentarsi la cruda verità sulla colossale truffa in cui erano caduti.
Il governo boliviano, del tutto ignaro,  non sapeva niente dei lavori di costruzione. Nulla era stato deciso al riguardo ma, soprattutto, nulla che prevedesse un ricorso a manodopera non nazionale e così si trovarono tutti sul lastrico, dal sogno all’incubo.
Non si diedero per vinti, vuoi per una sorta di reattività davanti ai guai che proprio la guerra aveva forgiato e vuoi per quel naturale senso di voler comunque fare che era, e forse ancora è, connaturato in chi arriva da un ambito agricolo: dopo un vero e proprio calvario irto di peripezie partirono tutti per l’Argentina, dove sembrava più facile trovare lavoro.
La fortuna non era, però, compagna di questi emigranti, non di tutti almeno.
Molte di queste persone trovarono, infatti, la morte, compreso R. S., che ad un passaggio a livello incustodito venne investito con il suo camion da un treno e così, oltre ad aver perso casa e terreni, perdette anche e soprattutto la vita.

Una storia, come tante purtroppo e in tutti i tempi, storia che è di bombe o di fame, che era di paesi di un tempo e stati di oggi, una vita che, per la naturale propensione dell’essere umano a cercare di trovare un qualcosa di meglio per sé e per i suoi familiari, aveva il suo sogno, legittimo quanto difficile, e altre persone e la fatalità hanno sfruttato e reso un incubo prima e un sonno eterno poi.
Riportiamo alcune immagini del diario di R. S.

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