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Elio Toaff si è spento ieri poco prima del centesimo compleanno. Rabbino amato, partigiano e ingegnere sociale del dialogo interreligioso.

Elio Toaff (fonte: http://www.rabbini.it/elio-toaff/)
Elio Toaff (fonte dell’immagine: http://www.rabbini.it/elio-toaff/)

Si dice che sia stato il rabbino più amato, e i giudizi, in quanto tali, hanno la loro ragion d’essere e portata che spesso scivolano oltre il voluto da parte delle figure stesse che ne sono oggetto.
Protagonista della sua epoca, volente o nolente, senza alcuna pretesa di gloria ma pur sempre in prima linea anche come partigiano, è mancato nella serata di domenica 19 aprile Elio Toaff, ormai prossimo al centesimo compleanno il 30 aprile, rabbino capo della comunità ebraica di Roma dal 1951 al 2001, quando decise di lasciare l’incarico.
Considerato unanimemente una delle massime autorità spirituali e morali ebraiche dell’Italia del secondo dopoguerra, i suoi funerali si sono tenuti nel pomeriggio di oggi 20 aprile nella sua natia Livorno.
Si dice di lui tanto, si è detto e si dirà ancora molto, e sarebbe una lista lunga di atti che trasversalmente in senso geografico e sociale percorrerebbe l’Italia dai molti volti e che spesso sbrigativamente riconduciamo in un’unità che non c’è, e che c’è solo quando ci fa comodo.
Non ci dilungheremo, quindi, in questo elenco di meritevoli azioni, civili e morali e religiose, ma una cosa, proprio sulla base di quel che è il ragionamento in corso, va ribadito: in questa Italia dai tanti italiani, dei tanti dialetti, e diverse tradizioni, pretesa essere una quando fa comodo, si è detto che è venuto a mancare “una figura di riferimento per gli ebrei e per gli italiani”.
Si è detto ebrei e italiani, si poteva dire ebrei o italiani tutti: senza volerlo, o forse anche a ragione su un piano numerico-quantitativo, si è creata una distinzione su due insiemi e non una appartenenza tra insiemi, appartenenza dell’elemento ebraico come elemento antico fondante della multiforme tradizione italiana.
Sottigliezza su un’omissione lieve  quanto inconscia e senza colpa, per carità, ma proprio dinanzi ad un uomo che, nel suo essere ebreo, è stato attivamente e pienamente italiano. In quel tutti, omesso dopo o prima alla parola italiani, c’è il retaggio di distanze e disconoscimenti; in quel tutti c’è il lavoro di ingegneria sociale di dialogo interreligioso che Toaff ha messo al centro della sua vita di uomo anche ma non solo, seppure imprescindibilmente, religioso.

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Autori: Lanzi & Kenecchi

 

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