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Ferragosto laico e la festa religiosa della Beata Vergine Maria Assunta – L’Assunta del Tiziano a Venezia

Origine del nome Ferragosto

Il nome Ferragosto trae origine dalla locuzione feriae augustales  o feriae Augusti,  cioè “riposo di Augusto”, giorno in cui ricorrevano le Kalendae Augusti e che corrispondeva al primo giorno del mese di agosto.  La festività fu istituita dall’imperatore Augusto nel 18 a.C. ed apriva la serie di celebrazioni del mese.

Agosto mese dedicato all’imperatore Augusto 

La dedica ad Augusto del mese di agosto ovviamente non avvenne in epoca arcaica o repubblicana ma solo nell’anno 8 a.C.: fino a quel momento il mese era chiamato sextilis, essendo il sesto mese dell’anno secondo l’originario calendario romano. Con l’avvento dell’età imperiale, in onore dell’imperatore Augusto il mese fu rinominato augustus dal Senato romano, il quale aggiunse un giorno alla durata del mese, a discapito di febbraio, per uguagliare la sua durata a quello di luglio, mese dedicato a Giulio Cesare.

Agosto d’epoca romana, mese di tante festività

Di origine ben più antica come istituzione, il mese sextilis poi divenuto agosto prevedeva le celebrazioni di altre due festività: le Vinalia rustica (o altera, rispetto alla celebrazione delle Vinalia urbana priora)  il 19 agosto e le Consualia il 21 agosto. La fitta presenza di celebrazioni scadenzava il riposo tra raccolti estivi e preparazione alla vendemmia, concedendo anche spazio di promozione politica oltre che ringraziamento agli dei per le messi e propiziazione dei medesimi per il raccolto d’uve e vinificazione.

Assorbimento del Ferragosto originariamente al 1 di agosto nella festività dell’Assunzione di Maria il 15 agosto

Il 15 di agosto, Ferragosto, è festività celebrata in Italia e nella Repubblica di San Marino, mentre non è celebrata come festività civile in altri paesi. Questa singolarità di festività laico-religiosa non strettamente legata alle vicende nazionali politicamente rilevanti più vicine, né sociali non-religiose, è frutto di una commistione per attrazione, ossia per il fatto che la Chiesa Cattolica Romana, unica in questo tra le varie chiese cristiane,  celebra l’Assunzione di Maria il 15 di agosto ed ha così operato di fatto un assorbimento della festività ferragostana, appunto,  in quella dell’Assunta.

Perché solo per i cattolici è dogma l’Assunzione di Maria Vergine e perché si celebra il 15 di agosto?

Per rispondere puntualmente al riguardo, rimandiamo ai seguenti link che trattano con esaustività i due temi. Ad ogni modo, nel proseguo della lettura, troverete una interessante sintesi poco sotto, nella parte di citazione riguardante la grande pala d’altare che Tiziano dipinse per la Basilica di S. Maria Gloriosa dei Frari a Venezia.
http://it.cathopedia.org/wiki/Assunzione_della_Beata_Vergine_Maria
https://it.wikipedia.org/wiki/Assunzione_di_Maria
http://it.cathopedia.org/wiki/Assunzione_di_Maria

L’Assunzione e i capolavori dell’arte. L’Assunta del Tiziano

Vogliamo celebrare la giornata nella sua doppia essenza “profana” e religiosa riportando un bellissimo articolo  del blogger Giandri Giandri’s Homepage, che ci auguriamo voglia accettare il nostro invito ad unirsi a noi blogger di Said in Italy.

Ecco i riferimenti dell’Autore Giandri e vi invitiamo calorosamente a visitare il suo blog e la sua pagina Facebookhttp://home.giandri.altervista.org e https://www.facebook.com/Giandris-Homepage-303565326369807/

Quanto compreso dalla banda laterale rossa, ossia tutto quanto segue è tratto dal succitato blog, al seguente indirizzo http://home.giandri.altervista.org/giandri_0409_Assunta.html

L’Assunta del Tiziano

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In questa pagina, senza alcuna pretesa di completezza, sono presentate alcune notizie sulla grande pala d’altare che Tiziano dipinse per la Basilica di S. Maria Gloriosa dei Frari a Venezia.

 

Perché proprio un’«Assunta»


L'Assunta di Tiziano
L’«Assunta» del Tiziano.

A circa 160 anni da quando iniziarono i lavori per la costruzione della terza chiesa di S. Maria Gloriosa, l’edificio appare finalmente compiuto: nel 1468 fu ultimato il coro ligneo che venne racchiuso nel 1475 da un “septo”marmoreo; dopo il danneggiamento di un fulmine nel 1490 venne restaurato, modificandone la cuspide, il campanile; il 13 febbraio 1469 fu consacrato l’altar maggiore alla presenza dell’imperatore Federico III mentre il presbiterio andava arricchendosi dei grandiosi monumenti funebri ai dogi Francesco Foscari e Nicolò Tron; il 27 maggio 1492 venne infine consacrata la chiesa «…in honorem Assumptionis Virginis Mariae».
Fu dunque ai primi anni del Cinquecento che si cominciò a guardare ad una pala d’altare che fosse degna della grandezza e della magnificenza della chiesa.
E soprattutto che illustrasse magnificamente il messaggio di S. Maria Gloriosa e dei frati minori.
Quando nel 1250 venne collocata la prima pietra dell’erigenda chiesa, la seconda, già era stato imposto il titolo di “S. Maria Gloriosa” e non semplicemente di S. Maria, come era titolata la precedente, per distinguerla dalle altre chiese mariane esistenti. “Gloriosa” indica Maria elevata alla gloria del regno di Dio accanto al suo Figlio divino. Elevata, quindi assunta in gloria.
In qualche documento troviamo la chiesa chiamata anche «Sancta Maria Gratiosa di Venetia», ma il titolo liturgico ufficiale è quello di “S. Maria Gloriosa”: quel “gratiosa” derivava dal fatto che c’era una statua della Madonna molto venerata che si trovava nel chiostro esterno (o della Trinità) ritenuta miracolosa e dispensatrice di grazie e per questo chiamata “Madonna delle grazie”, quindi “graziosa”.
La festa dell’Assunzione cominciò ad essere celebrata a Roma sul finire del VII secolo, ma era ancora chiamata con l’appellativo bizantino di“dormitio” della Madre di Dio, in greco la “koimesis”. Fu nell’ottavo secolo, tra il 784 ed il 791, che il nome della festa diventò quello di“Assumptio Sanctae Mariae” (“Sacramentario” di Adriano I inviato a Carlo Magno).
Questo cambiamento ovviamente non era solo un fatto formale di cambiamento di nome della festa; implicava evidentemente un cambiamento di dottrina: l’assunzione al cielo comportava che c’era stata prima una resurrezione e quindi il fulcro della festa non fu più la morte di Maria (la sua “dormitio”) bensì la sua assunzione.
S. Giovanni Damasceno sosteneva che la morte non poteva corrodere Maria, perché la Madonna era opposta ad Eva che, con la sua caduta dallo stato di grazia, aveva condannato il genere umano. Se con il suo “sì” all’annuncio dell’angelo era avvenuta l’incarnazione di Dio nel suo grembo e «…si congiunse tutta a Dio, in qual modo la morte potrebbe divorarla?»
Intorno alla metà del Trecento si fa strada anche nella Chiesa che la Madonna «assumpta est in coelum cum corpore et anima».
Ai Frari, anche sulla scia degli insegnamenti di S. Antonio da Padova, era predicato e venerato il mistero dell’Assunzione con sette secoli di anticipo dalla proclamazione del dogma che avverrà, per opera di Pio XII con la bolla “Municifentissimus Deus”, il 1° novembre 1950.
Ma la fede nell’Assunzione di Maria Vergine era, ed è, intrinsecamente legata ad un’altra venerazione: quella dell’Immacolata Concezione. Se l’Assunzione al cielo della Madonna dimostrava che il suo corpo non poteva subire la corruzione fisica, questo dimostrava che la sua carne era«senza machula»: il primo Patriarca di Venezia, S. Lorenzo Giustiniani (1381-1456) nel suo sermone scritto proprio per la festa dell’Assunzione scriveva: «come era libera da ogni corruzione mentale o corporale, così era aliena dal dolore della morte.»
Se, soprattutto per i francescani, non c’era dubbio che Maria, Madre di Dio, fosse nata senza peccato (ma energicamente contrari erano i Domenicani), la questione era ampiamente dibattuta nella Chiesa. La difficoltà derivava soprattutto dall’idea di S. Agostino, che dominò almeno per tutto il medioevo, secondo la quale il peccato originale si trasmetteva con l’atto del concepimento. Se si fosse ammesso che Maria non era morta perché non macchiata dal peccato («senza machula») si sarebbe dovuto ammettere che la Madonna non aveva avuto bisogno della redenzione del Figlio. Ma i teologi francescani argomentavano che Maria aveva ricevuto la redenzione da Cristo per adempiere al suo ruolo di Madre di Dio e che l’aveva ricevuta prima della sua concezione. La morte di Maria non fu necessaria, ma volontaria, ma non tanto per non pagare «la mercede del peccato», ma per condividere le sofferenze del Figlio. La concezione immacolata di Maria non fu una mancanza di redenzione, ma la redenzione perfetta, una redenzione “preservativa”: Cristo, il mediatore perfetto, doveva fare un atto di mediazione perfetta e lo fece in favore di Sua Madre, cioè di colei che sarebbe stata chiamata in modo unico e speciale all’opera redentrice.
Con l’eccezione soprattutto dei Domenicani si andava affermando la tesi immacolista e la festa della Concezione si diffondeva tra gli ordini religiosi. Anzi, durante il Concilio di Basilea, il 17 settembre 1439, venne approvata la dottrina dell’Immacolata Concezione, pia, conforme al culto della Chiesa, alla fede cattolica, alla Sacra Scrittura, alla retta ragione; ma il Concilio all’epoca non era più legittimato, essendosi sottratto all’autorità del pontefice di Roma.
Tuttavia meno di quarant’anni dopo intervenne un papa francescano, Sisto IV, padre Francesco della Rovere da Savona, minore conventuale che, tra l’altro, negli anni 1439-1441 nello Studio dei Frari era stato insegnante di teologia, proprio con una cattedra sul privilegio mariano.
Sisto IV, pur senza prendere posizione circa il dogma, approvò la festa dell’Immacolata consona alla fede cattolica con la costituzione apostolica“Cum praexcelsa” del 27 febbraio 1477 e con una successiva bolla del 4 settembre 1482, “Grave nimis”, minacciò la scomunica contro coloro che avrebbero cercato di muoversi reciproche accuse sull’argomento.
Ormai la strada, anche se faticosamente e lentamente, era tracciata: si tratterrà di attendere l’8 dicembre 1854, quando papa Pio IX proclamerà il dogma dell’Immacolata Concezione con la bolla “Ineffabilis Deus”.
Che le due festività, quella dell’Assunzione e quella dell’Immacolata Concezione, siano strettamente collegate assieme, lo dimostra il fatto che quando Leonardo di Nogarole e Bernardino di Busto composero gli offici per la festa della Concezione, approvati da Sisto IV, scelsero gli stessi testi biblici che già erano utilizzati nella liturgia dell’Assunzione; i versetti non erano ripetuti solo perché si adattavano a ciascuna festa, ma anche per sottolineare la stretta relazione che legava questi privilegi straordinari che aveva avuto la Madonna. I versetti del Cantico dei Cantici, ad esempio, erano gli stessi che aveva utilizzato anni prima S. Lorenzo Giustiniani per il suo sermone sull’Assunzione: «Tota pulchra es amica mea et macula non est in te» (Cantico 4, 7; «Tutta bella tu sei, amica mia, in te nessuna macchia»). Il versetto, utilizzato in origine per l’Assunzione, ben poteva essere applicato dagli esegeti all’Immacolata, ma altri versetti furono citati in entrambi gli offici.
Non c’è dubbio che per i francescani, per i frati di Santa Maria Gloriosa dei Frari, per i loro fedeli, “Santa Maria Gloriosa” significava semplicemente “Santa Maria Immacolata”.

 

La cornice

Il presbiterio dunque era già completato, l’altar maggiore consacrato.
Mancava la pala d’altare ed un’ancona che potesse degnamente racchiuderla.
Attorno al 1516 il padre Guardiano dei Frari, Germano da Casale, si rivolse a Lorenzo e Gianbattista Bregno perché gli edificassero un’ancona monumentale (m. 7,25 x 12,50): su un piedistallo con fregi dorati innalzarono due colonne che sostenevano un architrave scolpito.
Sopra l’architrave i Bregno posero tre statue, di dimensioni quasi al naturale, alte poco meno di due metri; rappresentano il Cristo risorto, S. Francesco e S. Antonio.
I soggetti delle sculture non furono casuali, ma connessi tre loro e con i temi della Concezione e dell’Assunzione.
Il Cristo risorto anticipa l’Assunzione di Maria, ma il Cristo risorto è anche lassù, ad attendere in cielo la madre che sarà coronata “Regina coeli”.
Sulle due tombe del presbiterio ci sono altre immagini di Cristo: sulla tomba del doge Tron c’è un Cristo risorto, su quella del doge Foscari un Cristo in Ascensione. Allora non si può fare a meno di non associare queste immagini di Cristo vittorioso sulla morte delle tombe con il Cristo dell’ancona, e il tema dell’Ascensione di Cristo con il tema dell’Assunzione della Madonna: i soggetti dei monumenti funebri e l’Assunzione ci rendono palpabile la promessa di redenzione che è stata resa possibile dall’Incarnazione, promessa che è stata mantenuta da Cristo con il suo sacrificio per mezzo del quale ha sconfitto la morte nella Resurrezione e nell’Ascensione. Nello stesso modo anche i beati, tra i quali sarebbero compresi i due dogi, risorgeranno al momento del Giudizio Universale. Dunque l’Ascensione di Cristo ci ricorda che Maria si identifica nel Figlio anche nel trionfo sulla morte: la Madonna era morta non a causa del peccato ma per condividere la sofferenza del Figlio e la sua opera di redenzione.
Come ricordato, sono presenti sull’architrave anche le statue di S. Francesco e S. Antonio che partecipano al trionfo dell’Assunzione della Vergine.
Non sono presenti solo come individui, ma come rappresentanti dell’Ordine.
S. Francesco rappresenta il proprio ordine e le piaghe che mostra sono sì ottenute per la sua perfetta imitazione di Cristo, ma rappresentano anche l’approvazione divina della sua Regola: Regola alla quale i frati minori conventuali prestavano obbedienza.
S. Antonio rappresentava l’esempio di predicatore e di insegnante: quella vita pubblica di servizio ai fedeli e di studio che svolgevano i minori conventuali. S. Francesco aveva scritto ad Antonio accordandogli il permesso di studiare teologia. Questa lettera fu considerata non come una corrispondenza fra due grandi uomini, ma come un’approvazione di S. Francesco che i frati minori dovessero dedicarsi agli studi.
Francesco «voleva che i ministri della parola di Dio attendessero agli studi sacri e non fossero impediti da nessun altro impegno (…). Riteneva poi i dottori in sacra teologia degni di particolari onori» (Tommaso da Celano,“Vita seconda”, 163).
Anche per questo l’importanza dei predicatori e degli studiosi all’interno dell’Ordine aumentò e venne considerata come l’autorizzazione alla nascita dei “Conventuales”.
Furono anni importanti per l’Ordine francescano, lacerato da divergenze e lacerazioni interne che portarono alla costituzione dei due gruppi, quello dei “Conventuales”, che privilegiavano lo studio e la predicazione nelle città, e quello degli “Observantes”, che predicavano ideali di povertà assoluta.Questo travaglio ebbe la sua conclusione proprio negli anni dell’«Assunta», il 29 maggio 1517, con la promulgazione della bolla di papa Leone X “Ite vos” con la quale l’Ordine venne diviso.
La presenza quindi della statua di S. Antonio fu un modo per ribadire l’identità conventuale della chiesa.

 Septo1
L’ancona con l’«Assunta» vista dall’ingresso della Basilica risulta perfettamente inquadrata prospetticamente entro l’arco che divide in due il “septo” marmoreo che racchiude il coro ligneo.

Tutta l’ancona è ispirata all’arco posto sul “septo” marmoreo che racchiude il coro ligneo: ma mentre quell’arco, sovrastato dalla “déesis”, è un arco di dolore e di sofferenza, l’opera dei Bregno è ispirata ad un arco di vita, di un vero e proprio arco di trionfo: nei due pennacchi, forse opera dello stesso Tiziano, sono dipinte alla maniera antica due vittorie alate. Arco di trionfo, e S. Lorenzo Giustiniani scriveva: «Hodie cum ingenti gaudio triumphavit in coelis» («Oggi, con grande gioia, trionfò in cielo»). Vittorie alate: vittoria del culto dell’Immacolata Concezione, ma anche vittoria di Maria e quindi vittoria della Chiesa.
Alla base della cornice, sopra l’altare, venne posto un finto tabernacolocioè un tabernacolo di marmo, privo di porta, chiuso, non funzionale, opera di un aiutante dei Bregno.
Sulla facciata vi è scolpita una “imago pietatis”, un Cristo morto a mezzo busto, come ce ne sono altre due ai Frari: una è visibile incassata nel pilastro trecentesco che divide la prima dalla seconda cappella absidale a destra di quella maggiore, l’altra è stata dipinta da Bartolomeo Vivarini sopra il suo polittico nella cappella Bernardo (l’ultima cappella absidale di destra). In quest’ultima immagine, sopra la cornice del polittico, due angeli scolpiti in legno dorati e policromi si inginocchiano davanti alla “imago pietatis”.
Oltre all’immagine di Cristo, sul falso tabernacolo di marmo sono scolpiti ai fianchi due angeli e sopra un soffitto fasullo fatto a cassettoni dipinti di un colore marrone-rossastro scuro: forse in origine tutto il tabernacolo poteva essere policromo.
Il finto tabernacolo suggerisce l’identificazione di Maria con l’Eucaristia. S. Bonaventura aveva fatto una similitudine tra l’Eucaristia ed il miele: «hoc mel produxit apis nostra Virgo Maria (…) Debet habere patrocinium beatae Mariae Virginis qui vult gustare huius mellis dulcedinem in Sacramento altaris absconditum».
Agli occhi dei francescani il significato simbolico del falso tabernacolo è l’identificazione dell’Assunta con l’Immacolata Concezione: Maria stessa era stata il tabernacolo di Cristo, il tabernacolo che conteneva l’Eucaristia; Maria era come l’Arca dell’Alleanza della Genesi, solo che quest’ultima conteneva la legge di Dio, Maria invece conteneva Dio stesso. Quindi doveva essere di materia incorruttibile.
Nel dipinto che Tiziano andrà a fare troviamo su un’unica linea il tabernacolo (quello vero) dell’altare nel quale è riposto il corpo di Cristo(*), il falso tabernacolo simbolico, poi la Vergine Assunta che viene accolta in Cielo dal Signore attesa dal Cristo risorto (la statua sopra l’architrave della cornice).
Così il sacerdote, quando celebrando l’Eucaristia alza gli occhi, scorge oltre il vero tabernacolo dell’altare anche quello simbolico e tutta la scena del quadro (l’altare in origine era collocato sotto l’ancona: fu spostato da lì allontanandolo nel 1825 per evitare che il fumo delle candele continuasse a danneggiare la pala dipinta). Il celebrante non può fare a meno di coglierne il significato ribadito anche da S. Bernardino da Siena (che predicò qui a Venezia più volte, tra il 1405 ed il 1443): Maria è Immacolata, già purificata, perché Dio santifica il proprio tabernacolo ed il tabernacolo di Gesù era Maria.
Alla base delle colonne di sinistra e destra che sorreggono l’architrave dell’ancona, su due cartigli sono incise le parole: a sinistra «ASSUMPTAE IN COELUM VIRGINI AETERNI OPIFICIS MATRI» ed a destra«FRATER GERMANUS HANC ARAM ERIGI CURAVIT MDXVI». Le scritte sono sovrastate dallo stemma francescano delle braccia incrociate di Cristo e di S. Francesco.
La scritta di sinistra si riferisce alla dedica dell’opera: «Alla Vergine assunta in cielo Madre dell’eterno Creatore», quella di destra al committente «Nel 1516 fra’ Germano si curò dell’erezione di questo altare». I cartigli sono due e due sono apparentemente le frasi inscritte; solo apparentemente però, perché la frase è unica e va letta: «Nel 1516 fra’ Germano si curò dell’erezione di questo altare alla Vergine assunta in cielo Madre dell’eterno Creatore».
E’ interessante notare che padre Germano da Casale si definisce semplicemente “frater”, mentre all’epoca era padre Guardiano del convento e maestro della provincia francescana di Terra Santa. Se dall’iscrizione sembra essere stato lui a fare la committenza dell’opera, in realtà lo fa per conto dell’Ordine che rappresenta ed a rimarcare questo c’è, ripetuto due volte, lo stemma francescano.
Inoltre padre Germano non poteva possedere propri beni e quindi per commissionare l’ancona e, forse, anche la pala d’altare dovette usufruire di lasciti e donazioni nei quali intervenne probabilmente la famiglia Pesaro.
Il 1516 non è l’anno del compimento dell’opera, ma solo l’anno in cui «frà Germano si curò dell’erezione» di essa. La pala d’altare venne montata due anni dopo, quando il soggetto era già stato stabilito («alla Vergine assunta in cielo») ed evidentemente anche le dimensioni del dipinto.

(*) Nell’ottobre 2007 per ragioni liturgiche il tabernacolo dell’Eucaristia è stato spostato dall’altare maggiore alla cappella del Santissimo (la seconda cappella laterale a destra del presbiterio). La cappella del Santissimo fu una delle prime ad essere costruite nella terza edificazione della chiesa: vi si trovano le sepolture di Duccio Alberti, ambasciatore di Firenze a Venezia, morto nel 1336, e di Arnoldo d’Este, morto l’anno dopo, 1337. L’altare originario, affidato alle cure della Scuola di San Francesco, nel 1825 venne trasportato nella vicina cappella Bernardo (la terza del transetto di destra) e nel 1910 venne eretto l’attuale altare del Santissimo.

 

Perché Tiziano

 Presbiterio
L’«Assunta» collocata nel presbiterio. A sinistra il prezioso Crocifisso duecentesco.

Verrebbe da chiedersi perché proprio Tiziano, che aveva all’incirca 26 anni o poco più,  venne chiamato per dipingere un’opera così importante ed impegnativa.
Le risposte possono essere molte.
Prima di tutto si  potrebbe malignare che Giovanni Bellini era morto, e Bellini era stato il pittore della Repubblica. Se non fosse morto si potrebbe pensare che sarebbe stato lui a ricevere l’incarico.
Un secondo motivo potrebbe essere dato dall’opera difficile che un pittore avrebbe dovuto affrontare con questa pala: infatti avrebbe dovuto dipingere un quadro che sarebbe stato illuminato solo da dietro, dove ci sono le vetrate dell’abside, e solo parzialmente dai lati con un’angolatura molto stretta, radente. Tiziano tre anni prima, nel 1513, si era impegnato con la Repubblica Serenissima a dipingere un grande “telero” per la sala del Maggior Consiglio in Palazzo Ducale. Anche in questo caso l’opera si sarebbe venuta a trovare in una situazione critica di illuminazione. Tiziano scrisse che lo avrebbe dipinto in modo che sarebbe stato perfettamente visibile. Si tratta della famosa «Battaglia del Cadore» che la Repubblica volle per celebrare il vittorioso scontro del 2 marzo 1508 dell’esercito veneziano contro le truppe imperiali di Massimiliano I che facevano parte della lega di Cambrai. Tiziano completerà questo quadro molti anni dopo e la tela venne distrutta da un incendio nel 1577.
Un terzo motivo che spiegherebbe la scelta di Tiziano potrebbe essere quello che Tiziano stesso fosse stato raccomandato dai frati di Padova ai confratelli di Venezia per essersi particolarmente distinto in quegli anni lavorando alla “Scoleta del Santo” per la quale aveva realizzato una serie di affreschi.
Tiziano sapeva esattamente dove sarebbe stata collocata la sua opera ed aveva presenti i due monumenti sepolcrali ai dogi Foscari e Tron che l’avrebbero fiancheggiata, l’arco con la “déesis” del “septo” marmoreo che l’avrebbe incorniciata in prospettiva, ne conosceva il soggetto e le dimensioni (m. 3,44 x 6,68).
Tiziano lavorò molto velocemente alla sua opera che completò in soli due anni, nonostante i Duchi di Ferrara gli scrivessero di continuo per avere i suoi quadri e per invitarlo alla corte estense.

 

Il quadro

«20 (maggio 1518) … Fo San Bernardin (…) et heri fu messo la palla granda di l’altar di Santa Maria di Frati Menori suso, depenta par Ticiano, et prima li fu fato atorno una opera grande di marmo a spese di maistro Zerman, ch’è guardian adesso», annota diligentemente Marin Sanudo nei suoi Diari.
Quindi il 19 maggio 1518 venne installata l’«Assunta» del Tiziano sopra l’altare.
Sanudo riafferma la committenza di padre Germano da Casale, ma la sua annotazione stringata non ci chiarisce se questi fu anche il committente dell’opera di Tiziano: esplicitamente non lo dice, ma la frase potrebbe sottintenderlo.
A questo punto è da sfatare una diceria che circola ancor oggi: quella secondo la quale quando venne scoperta la nuova pala sull’altare maggiore esse apparve talmente nuova, inusuale, da lasciare stupefatti ed indignati i frati che avrebbero voluto subito toglierla; solo la proposta di acquisto avanzata dall’ambasciatore austriaco avrebbe fatto cambiare idea ai frati.
La storiella tra origine da un’opera di Carlo Ridolfi (1594-1658), pittore lui stesso, trafficante di opere d’arte e forse troppo sopravvalutato letterato d’arte (fu addirittura definito «il Vasari dei veneziani») ed è raccontata ne“Le maraviglie dell’arte” (titolo completo dei due tomi “Le maraviglie dell’arte, ouero le vite de gl’illustri pittori veneti, e dello Stato, oue sono raccolte le opere insigni, i costumi, & i ritratti loro, descritte dal Cavaliere Carlo Ridolfi. Parte prima (e seconda). Venetia, Gio. Battista Sgava, MDCXLVIII”).
Basterebbe dire che né il Sanudo (contemporaneo del quadro,del quale ci racconta “in diretta” la collocazione), né gli altri cronisti dell’epoca riportarono queste presunte lamentele dei frati delle quale scrisse invece il Ridolfi a 130 anni di distanza dall’esposizione dell’«Assunta».
Sarebbe da aggiungere che, dopo l’«Assunta», e forse anche per merito di questa, Tiziano ricevette altre commissioni come l’altare dell’Immacolata (con la pala Pesaro) e, più tardi negli anni 1533-35, la pala dell’altar maggiore della vicina chiesa di S. Nicoletto della Lattuga, commissionatagli proprio da padre Germano da Casale negli anni in cui era Guardiano di quel convento e che padre Germano non poté vedere completata morendo prima.
La storiella raccontata dal Ridolfi non avrebbe ragione neppure d’esistere considerando la novità della rappresentazione di Maria che viene assunta al cielo «cum corpore et anima» di fronte alle precedenti rappresentazioni bizantine della “dormitio virginis”. Ormai all’epoca a Venezia esistevano una mentalità ed una spiritualità diffuse che portavano a capire chiaramente, senza alcun motivo di scandalo, questo tipo di dipinto ed il messaggio che sottintendeva.

 Schema
Tiziano costruisce il suo quadro utilizzando gli spazi determinati da un cerchio sovrapposto ad un quadrato: il centro del cerchio coincide con il volto della Madonna.
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