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Il centro del fiume – Pierangelo Bertoli

Bertoli poeta del quotidiano

Non poche volte gli amici mi chiamano per rispetto o timore (e certo anche con buona dose di scherzo) “Protagora” (e purtroppo non Bertoli…), perché dicono che con la mia retorica saprei persino vendere i frigoriferi ai pinguini. Eppure, io vorrei barattare tutto il tanto o poco di retorica che si presume che io abbia per riuscire a scrivere questo che per me rimane uno dei testi più belli di sempre nella mia personale classifica. Già a leggere questo post molti di voi penseranno che pure il complimento è poco tale ma molto insultante e/o immeritato. Ma tant’è, e la cosa mi offre spunto per tornare sul tema dell’analisi di come sia davvero difficile sintetizzare per iscritto e in chiave poetico-musicale momenti pur “banali”.
Per alcuni, infatti, è facile essere un affabulatore, un marchettaro della persuasione, a lavoro o tra gli amici come a casa. Un conto è il quotidiano, in ogni sua angolazione, dove gli stili espressivi coprono tutto lo spettro che va dal familiare al lavoro e a quella frazione di spettro cui sono finalizzati; tutto un altro conto è portare il mosaico, spesso poco vocato all’interpretazione artistica, del quotidiano in una canzone: sintetizzare, amalgamare, coprire lo spettro e non percorrerlo frazione per frazione, tassello per tassello ma racchiuderlo in una poetica che sia, nella canzone leggera, accessibile a tutti.
Io non saprei nemmeno da dove incominciare per dire tutto questo che con scioltezza poetica ha scritto Pierangelo Bertoli e che sintetizza su un piano di sublime tutto quanto io penso e sento: tutto per me coincide nella sostanza anche delle virgole, virgole che io non avrei mai saputo mettere comunque così bene.

Continuiamo, quindi, l’ascolto assieme, ringraziando la nostra preziosa autrice Nea Anthologia che per prima ha proposto e analizzato uno dei brani di Pierangelo Bertoli in questo blog (Il realismo poetico-musicale di Pierangelo Bertoli. Maria Teresa, storia di un amore difficile in una melodia leggera) e che mi ha gentilmente assistito qui, in questa edizione.

Il centro del fiume

Pierangelo Bertoli è artista da piazza prima che da radio.
I suoi brani hanno una traiettoria la cui genesi parte dalla piazza, dalla strada, dal bar o dalla campagna e torna inevitabilmente, filtrata dalla sua sensibilità, verso quei luoghi. Pierangelo Bertoli, nei tempi in cui iniziava il suo percorso artistico, non riusciva a stare dentro una scatola di transistor perché la modulazione dei suoi brani era meno di frequenza rispetto alle “morbidezze” che anche le più alternative tra le radio potevano concedere e concedersi: difettava volontariamente di quell’aurea mistica da umo manifesto. Non per farne un guru o un incompreso, ma Pierangelo era, paradosso nel paradosso, semplicemente l’uomo del suo tempo e del suo territorio nel suo tempo e nel suo territorio eppure attratto dal globale della dimensione umana. Pierangelo era già localglobal come pochi altri e ben prima di altri: un glocal prima ancora che il sociologo Zygmunt Bauman ne creasse il termine, il neologismo. Il suo essere cantastorie senza l’alone ermetico di altri che parallelamente, anche da militanti, sapevano trovare cassa di risonanza e platea tra concerti e antenne radio, lo rendeva quello che forse oggi il termine presidio significa in termini di tradizioni e resistenza, Pierangelo è stato e resta presidio in un mercato globale senza rinunciare al mercato, inteso come spazio accessibile a tutti in cui scambiarsi i propri valori.
Il centro del fiume nasce così,  pubblicato nel 1977, come seconda tappa della sua carriera di colto e sensibile cantastorie moderno.
Ecco il link ai video e il testo che, come in altre occasioni, “grassettiamo” o “nerettiamo” (passateci i neologismi da italiano -2.0 🙂 )alcune parti il cui senso proveremo a commentare dopo. Buon ascolto e lettura.

 

Versione dal vivo, con una introduzione al concerto in perfetto stile “Bertoli”

 

(testo di Pierangelo Bertoli; musica di Alfonso Borghi)

Figure di carta che bevono nuovi pensieri

e fragili miti creati dal mondo di ieri

disperdono giovani forze sottratte al domani

lasciando distorte le menti e vuote le mani.

Consumi la vita sprecando il tuo tempo prezioso

raggeli la mente in un vano e assoluto riposo

trascorri le ore studiando le pose già viste

su schermi elettronici oppure su false riviste.

E tieni le orecchie tappate agli inviti del suono

e questa è una polvere grigia che cade sugli occhi dei figli dell’uomo.

Deciso a sfuggire il tuo tempo che soffia e ribolle

non abile a prendere il passo di un mondo che corre,

coraggio è soltanto una strana parola lontana

tu cerchi rifugio in un pezzo di canapa indiana.

Il sesso che prendi con facile e semplice gesto

rimana ancora e di nuovo soltanto un pretesto

e ancora nascondi la testa alla luce del sole

il sesso è scoperto però hai coperto l’amore.

E tieni le orecchie tappate agli inviti del suono

e questa è una polvere grigia che cade sugli occhi dei figli dell’uomo.

Fai parte di un gregge che vive ignorando il domani

e corri da un lato e dall’altro ad un cenno dei cani

il mito di un lupo mai visto ti ha fritto il cervello

e corri perfino se il branco ti porta al macello.

E dormi nel centro del fiume che corre alla meta

e niente che possa turbare il tuo sonno di seta

qualcuno ti grida di aprire i tuoi occhi nebbiosi

ma tu preferisci annegare in giorni noiosi.

Non senti che ti stanno chiamando con voce di tuono

e questa è una polvere grigia che cade sugli occhi dei figli dell’uomo.

 

Arrangiamento ricco, raffinato e non senza colte citazioni: ritroviamo riecheggiato il motivo folk inglese della ballata dal titolo “Squball” / “Sku-ball” / o “Stewball“, da cui nel 1971 sembra aver attinto anche John Lennon – reinterpretandola però in chiave originale, ad esempio, nel metro ritmico e non solo – nella sua “Happy Xmas (War Is Over)“. Che sia una citazione diretta o indiretta, cioè mediata attraverso Happy Xmas (War Is Over), proprio il modello del cantastorie colto è coerente, al punto che, opinione personale, lo stesso richiamo si può ritrovare nella successiva Chiama piano, incisa nel 1990 dall’album Oracolicantata in coppia con Fabio Concato.

In questo testo (come sempre per lui è e sarà) non c’è l’elogio dei superuomini, degli eroi, e dei relativi santini dal balcone o dal pulpito o dalla finestra o da qualsiasi altra posizione più elevata del “semplice” uomo di strada.
Figure di carta che bevono nuovi pensieri e fragili miti creati dal mondo di ieri disperdono giovani forze sottratte al domani“. siamo nel 1977, le figure di carta abbondano su muri, affissioni politiche viste come passive, ben poco radicate che fan da eco al passato, sì, ancora nostalgico di pseudo-miti. La dialettica è splendida, perché il contrasto ieri oggi e domani è contenuto e pienamente svolto nel contrasto tra carta che beve, fragili passati che riescono ad annichilire le giovani forze strappandole al futuro. La lama è fine, le parole sono precise, il taglio è trasversale: non siamo solo davanti ai suoi “classici bigotti”, più volte obiettivo dei suoi strali, ma siamo davanti a una parte di generazione che si disperde nei colori di manifesto e in santini laici e non solo religiosi, sperperando il proprio futuro dietro al proselitismo sterile.
Pierangelo Bertoli non è Omero e questa canzone non ha la retorica dell’Iliade: non abbiamo qua il nobile Ulisse che percuote il tracotante Tersite, in uno scontro asimmetrico di ruoli politico-sociali.
Pierangelo Bertoli non è nemmeno Dante ma in un certo senso il messaggio è comune:  come nel canto terzo dell’Inferno dantesco, Pierangelo si rivolge a chi tra i suoi contemporanei è “Deciso a sfuggire il tuo tempo che soffia e ribolle, non abile a prendere il passo di un mondo che corre. Coraggio è soltanto una strana parola lontana, tu cerchi rifugio in un pezzo di canapa indiana”. Pierangelo pone già nel fiume i suoi ignavi, mentre Dante colloca i suoi ignavi persi in un girare perennemente a vuoto dietro un vessillo e prima di un fiume, l’Acheronte, che è cornice e limite. Non è irriguardoso l’accostamento, non voglio paragonare la diversa complessità delle opere, ma voglio mettere in parallelo il medesimo sforzo di condanna secondo le proprie soluzioni di invito a darsi il coraggio. Non siamo tra le beghe d’alto livello politico, gli ignavi che Dante individua sono inevitabilmente famosi, ben conosciuti, non certo uno qualsiasi, mentre Pierangelo si rivolge indifferentemente, senza distinzione di classi e ruoli sociali, alla platea di giovani, altro tema a lui sempre caro.
Stupisce un po’ anche l’accusa riguardo al “sesso facile”, anzi “Il sesso che prendi con facile e semplice gesto“. E qua riemerge l’uomo, l’uomo che è politico e non è la politica che si è fatta uomo: anche il sesso, di cui lui spesso scriverà di come sia un piacere che non va soffocato dietro pregiudizi e bigotte visioni, ebbene anche il sesso è una fuga se è un sesso senza libertà. Qua, implicito ma ben pervaso, ecco il senso di libertà secondo Pierangelo: il sesso e il piacere fisico nulla sono se non hanno intime radici di sentimento o se è una prigione in cui rinchiudersi. Tutto diventa fuga se non affonda la propria ragion d’essere nell’essere una persona:  “il sesso è scoperto però hai coperto l’amore” è un verso straordinariamente espressivo.

Persino chi lo ammira e stima tende a portare le sue frasi su un livello di espressione di slogan, di corteo, ma non è così. Certo, l’enfasi del suo “apparire”, la sua storia umana, la sua voce graffiante (graffiata…) e salata rendono bene il tono da militanza  e arringa da movimento politico dal basso. Eppure non è così. All’opposto, la sua è una retorica ben presente, profonda e innata e la sua lettura di militanza, ben vera, ha preso il sopravvento su tutto il resto, sulla sua poetica descrittiva.
D’altra parte, un certo intellettualismo (colto e ben formato, per carità) ha però preferito le ermetiche espressioni di cantautori ritenuti ben più sofisticati; ha preferito le visionarietà e le verbosità spesso slegate dal quotidiano. Senza scendere in valutazioni di merito, Pierangelo Bertoli è rimasto lontano, ben oltre il dichiarato di appartenenza politica, proprio dagli intellettuali alfieri della sua stessa parte, perché il linguaggio di Pierangelo non si presta a facili manipolazioni a posteriori. La sua sostanza è, infatti, chiara, non vi sono giri inutili semantici, ma questo non esclude la poesia.
Un esempio? Pierangelo non ha quasi mai deviato dal vivo o in studio ricercando nuove vesti sonore o armoniche: le sue canzoni sono rimaste sempre tutte interpretate allo stesso modo, fedeli a loro stesse, cantabili per il suo pubblico di ogni epoca e luogo di concerto. Altri virtuosi della musica (anche) di denuncia,  hanno invece utilizzato i concerti come palestra di sonorità e ricercato modifiche di accordi, arrangiamenti e variazione di testo, a volte persino sospendendo i concerti – io testimone – perché il pubblico cantava “troppo”.
A ciascuno di noi il suo gusto, ma su un piano anche di analisi dei termini, il vocabolario di Pierangelo Bertoli va oltre ogni più ardita previsione, perché i testi di Pierangelo sono densi, riempiono la frase musicale, non hanno intercalari o ridondanze.

Lo stile, come qui ne Il centro del fiume, della sua produzione è la novella, e come gli scrittori di novelle, il suo apprezzamento da parte della critica rimane confinato nel chiostro del popolare. Egli dipinge quadri a rapidi tratti, eppure ricchezza cromatica e nitidezza di stile. C’è poco sfumato, c’è poca fiaba dichiarata e sembra scoraggiare lo sforzo di penetrare il senso della singola parola e di trovare sintassi più elevate nel rapporto tra le medesime.

Gustoso, sagace, sferzante, sfrontato ma anche virtuoso, ricco nella sua tavolozza, artisticamente proiettato su un pubblico più articolato di quello che lo ha accolto e in cui io per primo mi riconosco, con Il centro del fiume Pierangelo è anche profeta per ogni tempo, anche quello attuale.

Se in questo caso ha vinto per una volta il profeta in patria, il debito e il giusto tributo rimangono da rendere ancora verso l’artista.

Storia del brano

Rimandiamo a quanto ben descritto da Wikipedia

 

Da https://it.wikipedia.org/wiki/Il_centro_del_fiume
Quando Caterina Caselli decide di aprire una nuova casa discografica, l’Ascolto, ottiene di poter girare il contratto di Pierangelo Bertoli dalla CGD alla nuova etichetta: contatta poi Franco Ceccarelli, ex chitarrista dell’Equipe 84 e lo coinvolge nella realizzazione del nuovo disco del cantautore come arrangiatore; Ceccarelli coinvolge nel lavoro di arrangiamento anche i musicisti.

Presto però il progetto subisce un cambiamento: si decide infatti di separare le canzoni in dialetto da quelle in italiano, e di tenerle da parte per un disco totalmente in sassuolese da pubblicare qualche mese dopo quello in italiano.
Il lavoro di Ceccarelli è ben fatto, e le canzoni vengono rivestite di suoni che lasciano comunque in evidenza i testi: il risultato è Il centro del fiume, sicuramente uno dei dischi migliori incisi da Bertoli.
Sono solo due le canzoni già conosciute, Vedere il quartiere e Rosso colore (in realtà è ottenuta unendo tre brani del primo album Rosso colore dell’amore); gli altri brani sono tutti inediti.
Da evidenziare, tra i musicisti, la presenza di Mauro Pagani.
Anche se non accreditata, la voce che si sente duettare in Rosso colore con Bertoli è di Caterina Caselli.
La copertina è opera di Cesare Monti, e raffigura un operaio al lavoro; all’interno vi è una presentazione del disco scritta da Giancarlo Governi.
I tecnici del suono che hanno registrato il disco sono Enzo Maffione e Antonio Pisanello.

Mia idolatria verso Bertoli? E allora cambiamo…

Per mettere alla prova il mio dubbio e timore di idolatria verso Pierangelo in quanto tale e che ogni sua cosa sia per forza magnifica, lo ascolto con la voce di Ruggeri e di Mirò, eppure la proprietà transitiva funziona ancora con piena matematica: il testo con la sua poesia vince chiunque lo declami…

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