L’attualità di Antonio Gramsci. Armenia, “Fratelli, coltelli”, ebrei e razzismo

Antonio Gramsci

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Il 27 aprile 1937, a seguito di una emorragia cerebrale,  si spegneva a Roma Antonio Gramsci.
Per chi fosse interessato alla sua biografia rimandiamo ai seguenti link, dove la vita travagliata di Gramsci è descritta e analizzata in dettaglio (ad esempio, http://www.lastoriasiamonoi.rai.it/puntate/antonio-gramsci/698/default.aspxhttp://www.treccani.it/enciclopedia/antonio-gramsci/http://www.fondazionegramsci.org/antonio-gramsci-2/).

Noi di Said in Italy vogliamo ricordarlo oggi, 27 aprile, in occasione dell’anniversario della sua morte perché, valutazioni politiche a parte, è uno degli autori italiani del XX secolo tra i più letti e studiati all’estero. Una questione o, per dirla per davvero alla maniera di Gramsci, una quistione doppiamente corrispondente alla mission di Said in Italy: detto in Italia e letto dall’estero.

Vogliamo ricordarlo semplicemente con le sue stesse parole, scritte in buona parte nel suo peregrinare di carceri (ad eccezione del primo brano che riportiamo, scritto mentre era ancora libero),  imprigionato che fu per lunga parte della sua breve vita.
Parole che sono ancora oggi di straordinaria attualità.
Buona lettura.

  • i grassetti nei brani o relativi link  sono nostri e non dell’Autore.

 

Armenia

Avviene sempre così.
Perché un fatto ci interessi, ci commuova, diventi una parte della nostra vita interiore, è necessario che esso avvenga vicino a noi, presso genti di cui abbiamo sentito parlare e che sono perciò entro il cerchio della nostra umanità. Nel Père Goriot, Balzac fa domandare a Rastignac: «Se tu sapessi che ogni volta che mangi un arancio, deve morire un cinese, smetteresti di mangiare aranci?», e Rastignac risponde press’a poco: «Gli aranci e io siamo vicini e li conosco, e i cinesi son così lontani e non sono neppure certo che esistano». La risposta cinica di Rastignac noi non la daremmo mai, è vero; ma tuttavia, quando abbiamo sentito che i turchi avevano massacrato centinaia di migliaia di armeni, abbiamo sentito quello strappo lancinante delle carni che proviamo ogni volta che i nostri occhi cadono su della povera carne martoriata e che abbiamo sentito spasimando subito dopo che i tedeschi avevano invaso il Belgio? È un gran torto non essere conosciuti. Vuol dire rimanere isolati, chiusi nel proprio dolore, senza possibilità di aiuti, di conforto. Per un popolo, per una razza, significa il lento dissolvimento, l’annientarsi progressivo di ogni vincolo internazionale, l’abbandono a se stessi, inermi e miseri di fronte a chi non ha altra ragione che la spada e la coscienza di obbedire a un obbligo religioso distruggendo gli infedeli. Così l’Armenia non ebbe mai, nei suoi peggiori momenti, che qualche affermazione platonica di pietà per sé o di sdegno per i suoi carnefici; “le stragi armene” divennero proverbiali, ma erano parole che suonavano solo, che non riuscivano a creare dei fantasmi, delle immagini vive di uomini di carne ed ossa. Sarebbe stato possibile costringere la Turchia, legata da tanti interessi a tutte le nazioni europee, a non straziare in tal modo chi non domandava altro, in fondo, che di essere lasciato in pace. Niente mai fu fatto, o almeno niente che desse risultati concreti. Dell’Armenia parlava qualche volta Vico Mantegazza nelle sue prolisse divagazioni di politica orientale. La guerra europea ha messo di nuovo sul tappeto la questione armena. Ma senza molta convinzione. Alla caduta di Erzerum in mano dei russi, alla probabile ritirata dei turchi in tutto il Paese armeno non è stato dato nei giornali neppure lo stesso spazio che all’atterramento di uno “Zeppelin” in Francia. Gli armeni che sono disseminati in Europa dovrebbero far conoscere la loro patria, la loro storia, la loro letteratura. È avvenuto in piccolo per l’Armenia ciò che in grande per la Persia. Chi sa che i più grandi arabi (Averroè, Avicenna eccetera) sono invece… persiani? Chi sa che quella che si è soliti chiamare civiltà araba è invece in gran parte persiana? E così quanti sanno che gli ultimi tentativi di rinnovare la Turchia furono dovuti agli armeni e agli ebrei? Gli armeni dovrebbero far conoscere l’Armenia, renderla viva nella coscienza di chi ignora, non sa, non sente. A Torino qualcosa si è fatto. Esce da qualche mese una rassegna intitolata appunto «Armenia» che con serietà di intenti, con varietà di collaborazione dice cosa sia, cosa voglia, cosa dovrebbe diventare il popolo armeno. Dalla rivista dovrebbe partire l’iniziativa di una collana di libri che con più efficace persuasione e dimostrazione desse all’Italia un quadro di ciò che è la lingua, la storia, la cultura, la poesia del popolo armeno.
(Antonio Gramsci, Il Grido del Popolo, 11 marzo 1916, anno XXII, n.607, ora in Opere di Antonio Gramsci. Scritti giovanili (1914-1918))

 

Passato e presente

(50) Il proverbio: «fratelli, coltelli». È poi così strano e irrazionale che le lotte e gli odi diventino tanto più accanite e grandi quanto più due elementi «sembrano» vicini e portati dalla «forza delle cose» a intendersi e collaborare? Non pare. Almeno «psicologicamente» il fatto si spiega. Infatti uno non si può attendere nulla di buono da un nemico o da un avversario; invece ha il diritto di attendersi e di fatto si attende unità e collaborazione da chi gli sta vicino, da chi è legato con lui da vincoli di solidarietà o di qualsiasi genere. Infatti, non solo il proverbio «fratelli, coltelli», si applica ai legami di affetto, ma anche ai legami costituiti da obblighi legali. Che ti faccia del male chi ti è nemico o anche solo indifferente, non ti colpisce, ti rimane «indifferente», non suscita reazioni sentimentali di esasperazione. Ma se chi ti fa del male aveva il dovere morale di aiutarti (nelle associazioni volontarie) o l’obbligo legale di fare diversamente (nelle associazioni di tipo statale) ciò ti esaspera e aumenta il male, poiché ti rende difficile prevedere l’avvenire, ti impedisce di fare progetti e piani, di fissarti una linea di condotta. È certo che ogni uomo cerca di fissare quanti più elementi è possibile di riferimenti certi nella sua condotta, di limitare il «casuale» e la «forza maggiore»; nello sforzo di questa limitazione entra in calcolo la solidarietà, la parola data, le promesse fatte da altri, che dovrebbero portare a certi fatti certi. Se essi vengono a mancare per incuria, per negligenza, per imperizia, per slealtà, al male che ne risulta si aggiunge l’esasperazione morale che è tipica di questo ordine di relazioni. Se un nemico ti arreca un danno e te ne lamenti, sei uno stupido, perché è proprio dei nemici di arrecare danni. Ma se un amico ti arreca danno, è giustificato il tuo risentimento. Così se un rappresentante della legge commette un’illegalità la reazione è diversa che se l’illegalità la commette un bandito. Perciò mi pare che non sia da maravigliarsi dell’accanimento nelle lotte e negli odi tra vicini (per esempio tra due partiti così detti affini); il contrario sarebbe sorprendente cioè l’indifferenza e l’insensibilità morale, come avviene negli urti tra nemici aperti e dichiarati.
(Antonio Gramsci, Quaderni dal carcere, A cura di Valentino Gerratana, volume terzo, Quaderni 12-29, edizione critica dell’Istituto Gramsci, Giulio Einaudi editore, 1977, pagg. 1708-1709 – Quaderno 14)

 

Lettere dal carcere Antonio Gramsci – 12 ottobre 1931

12 ottobre 1931

Carissima Tania, ho ricevuto la tua cartolina del 10 ottobre, che non ha attenuato per nulla l’effetto determinato dalla tua lettera del 2. Essa non era aspra, ma offensiva per me. Cosa poteva significare che io gioco con te a «mosca cieca» e che cerco di «incantonarti»? Dovrei rispondere con parole dure, ma mi pare sia meglio di evitare per l’avvenire ogni ripetizione di questi incidenti spiacevoli, per non dir peggio. Cosí non è che «imbelle telum sine ictu», per adoperare una espressione pomposa, un tuo accenno precedente alla mia qualità di ex-giornalista. Io non sono mai stato un giornalista professionista, che vende la sua penna a chi gliela paga meglio e deve continuamente mentire, perché la menzogna entra nella qualifica professionale. Sono stato giornalista liberissimo, sempre di una sola opinione, e non ho mai dovuto nascondere le mie profonde convinzioni per fare piacere a dei padroni o manutengoli. Scrivi che ti ha fatto dispiacere avere io scritto che tu abbia attenuato la tua concezione sugli ebrei. Hai ragione nel senso che tu non hai attenuato nulla perché in questa tua concezione c’è un po’ di tutto, ma ogni cosa in una diversa lettera. C’era in principio un punto di vista che conduceva diritto all’antisemitismo, poi una concezione da nazionalista ebreo e da sionista e infine dei punti di vista che sarebbero stati condivisi dai vecchi rabbini che si opposero alla distruzione dei ghetti, prevedendo che il venir meno di quelle comunità a territorio segregato avrebbe finito collo snaturare la «razza» e coll’allentare i vincoli religiosi che la mantenevano come una personalità. Certo ho fatto male a discutere; sarebbe stato meglio scherzarci su e contrapporre la teoria della «flemma» britannica, della «furia» francese, della «fedeltà» germanica, della «grandezza» spagnola, dello «spirito di combinazione» italiano e infine del «fascino» slavo, tutte cose che sono utilissime per scrivere romanzi d’appendice o film popolari. Ovvero ti avrei potuto porre la quistione di sapere chi è il «vero» ebreo o l’ebreo «in generale» e anche l’uomo «in generale» che non credo si trovi in nessun museo antropologico o sociologico. E anche cosa significhi oggi per gli ebrei la loro concezione di dio come «dio degli eserciti» e tutto il linguaggio della Bibbia sul «popolo eletto» e la missione del popolo ebreo che rassomiglia al linguaggio di Guglielmone prima della guerra. Marx ha scritto che la quistione ebrea non esiste piú da quando i cristiani sono diventati tutti ebrei assimilando ciò che è stata l’essenza dell’ebraismo, la speculazione, ossia che la risoluzione della quistione ebrea si avrà quando tutta l’Europa sarà liberata dalla speculazione ossia dall’ebraismo in genere. Mi pare l’unico modo di porre la quistione generale, a parte il riconoscimento del diritto per le comunità ebraiche dell’autonomia culturale (della lingua, della scuola ecc.) e anche dell’autonomia nazionale nel caso che una qualche comunità ebraica riuscisse in un modo o nell’altro, ad abitare un territorio definito. Tutto il resto mi pare misticismo di cattiva lega, buono per i piccoli intellettuali ebrei del sionismo, come la quistione della «razza» intesa in altro senso che non sia quello puramente antropologico; già al tempo di Cristo gli ebrei non parlavano piú la loro lingua, che si era ridotta a lingua liturgica, e parlavano l’aramaico. Una «razza» che ha dimenticato la sua lingua antica significa già che ha perduto la maggior parte dell’eredità del passato, della primitiva concezione del mondo e che ha assorbito la cultura (con la lingua) di un popolo conquistatore; cosa significa dunque più «razza» in questo caso? Si tratta evidentemente di una comunità nuova, moderna, che ha ricevuto l’impronta passiva o addirittura negativa del ghetto e nel quadro di questa nuova situazione sociale ha rifatto una nuova «natura». – È strano che tu non ti serva dello storicismo per la quistione generale e poi vorresti da me una spiegazione storicistica del fatto che alcuni gruppi cosacchi credevano che gli ebrei avessero la coda. Si trattava di una barzelletta, raccontatami da un ebreo, commissario politico di una divisione d’assalto dei cosacchi di Oremburg durante la guerra russo-polacca del 1920. Questi cosacchi non avevano ebrei nel loro territorio e li concepivano secondo la propaganda ufficiale e clericale come esseri mostruosi che avevano ammazzato dio. Essi non volevano credere che il commissario politico fosse ebreo: «Tu sei dei nostri, – gli dicevano, – non sei un ebreo, sei pieno di cicatrici delle ferite toccate dalle lance polacche, combatti insieme a noi; gli ebrei è un’altra cosa». Anche in Sardegna l’ebreo è concepito in vari modi: c’è l’espressione «arbeu» che significa un mostro di bruttezza e di cattiveria, leggendario; c’è il «giudeo» che ha ammazzato Gesú Cristo, ma ancora c’è il buono e il cattivo giudeo, perché il pietoso Niccodemo ha aiutato Maria a discendere il figlio dalla croce. Ma per il sardo «i giudei» non son legati al tempo attuale; se gli dicono che un tale è giudeo, domanda se è come Niccodemo, ma in generale crede che voglia dire un cristiano cattivo come quelli che vollero la morte di Cristo. E c’è ancora il termine «marranu» dall’espressione marrano che in Ispagna si dava agli ebrei che avevano finto di convertirsi e in sardo ha espressione genericamente ingiuriosa. Al contrario dei cosacchi i sardi che non sono stati propagandati, non distinguono gli ebrei dagli altri uomini. – Cosí ho liquidato, per conto mio, la quistione, né mi lascerò piú indurre a iniziarne delle altre. La quistione delle razze fuori dell’antropologia e degli studi preistorici non mi interessa. (Cosí è senza valore il tuo accenno all’importanza dei sepolcri per ciò che riguarda le civiltà; ciò è vero solo per i tempi piú antichi, per i quali i sepolcri sono il solo monumento non distrutto dal tempo e perché dentro i sepolcri accanto al defunto venivano messi gli oggetti della vita quotidiana. In ogni caso questi sepolcri ci danno un aspetto molto limitato dei tempi in cui furono costruiti: della storia del costume o di una parte dei riti religiosi. E ancora essi si riferiscono alle classi alte e ricche e spesso ai dominatori stranieri del paese, e non al popolo). Io stesso non ho nessuna razza: mio padre è di origine albanese recente (la famiglia scappò dall’Epiro dopo o durante le guerre del 1821 e si italianizzò rapidamente); mia nonna era una Gonzalez e discendeva da qualche famiglia italo-spagnola dell’Italia meridionale (come ne rimasero tante dopo la cessazione del dominio spagnolo); mia madre è sarda per il padre e per la madre e la Sardegna fu unita al Piemonte solo nel 1847 dopo essere stata un feudo personale e un patrimonio dei principi piemontesi, che la ebbero in cambio della Sicilia che era troppo lontana e meno difendibile. Tuttavia la mia cultura è italiana fondamentalmente e questo è il mio mondo: non mi sono mai accorto di essere dilaniato tra due mondi, sebbene ciò sia stato scritto nel «Giornale d’Italia» del marzo 1920, dove in un articolo di due colonne si spiegava la mia attività politica a Torino, tra l’altro, con l’essere io sardo e non piemontese o siciliano ecc. L’essere io oriundo albanese non fu messo in gioco perché anche Crispi era albanese, educato in un collegio albanese e che parlava l’albanese. D’altronde in Italia queste quistioni non sono mai state poste e nessuno in Liguria si spaventa se un marinaio si porta al paese una moglie negra. Non vanno a toccarla col dito insalivato per vedere se il nero va via né credono che le lenzuola rimarranno tinte di nero. Hai scritto che volevi mandarmi dei medicinali. Ti prego di non mandarmi però piú Mugolio né polvere d’Abissinia. Credo che l’unica cosa utile veramente siano i fermenti lattici che ho quasi finito; ne ho ancora per quattro giorni. Ti prego veramente di far cosí. Ti abbraccio teneramente

Antonio

[…]

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