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Inno di Mameli, inno d’Italia

L’Italia è in musica! Puntata n. 1 Fratelli d’Italia, Inno di Mameli, Inno d’Italia

Care Amiche e cari Amici, Rieccomi!
Con immenso piacere torno ad occuparmi di musica e cultura. Confortata dal grande successo che ci state regalando e grazie al forte affetto di molti italiani all’estero ma anche di molti figli o nipoti di italiani in realtà come le Americhe o in Oceania, piuttosto che amanti di questo Paese straordinario che è l’Italia. Io, come forse alcuni sapranno, sono italiana d’adozione, fiera studiosa e amante di questo immenso patrimonio culturale.
Ho deciso, quindi, con lo Staff e in particolare con gli Illustri Lanzi & Kenecchi, Edgardo Carlo Friserra e il capo riferimento di linea di Said in Italy G P El Cid, di aprire un doppio filone di “programmazione” musicale: uno più storico, uno più moderno. All’interno del primo filone, quello storico, abbiamo pensato di ulteriormente operare una seconda suddivisione ed avere una sotto-filone con ricognizione prettamente storica su musiche o canzoni italiane, incentrata sulla musica nel suo divenire in Italia, e un altro filone composto da una serie di puntate per raccontare l’Italia con le canzoni a lei dedicate: una ricognizione storica che parte dalla nascita del sentimento nazional-risorgimentale in cui l’Italia canta di sé a se stessa.
Con oggi parte la prima puntata del viaggio di musiche e canti italiani sull’Italia e non ci può essere, crediamo, miglior esordio che partire proprio dall’Inno nazionale italiano.
Le enfasi di maiuscole o di scelte redazionali non devono indurre a credere che queste pagine siano una mera lusinga al sentimento nazionalistico fine e se stesso. Nulla di più sbagliato e, da non italiana, nulla che mi possa vedere coinvolta, per rispetto proprio dell’Italia e per rispetto mio. Tuttavia, scevra da ogni strumentalizzazione politica, come da nostro Manifesto, e con l’amore per i fiori culturali (il mio pseudonimo Nea Anthologia vede proprio nel lemma Anthologia il senso di “fiore” raccolto, dal greco ἄνϑος “fiore” e λέγω “raccolgo”) in una selezione, in un… florilegio, per dirla alla latina, intendo e intendiamo raccogliere queste pagine per renderle fruibili a chi, per poco tempo o per difficoltà di ricerca, non ha avuto modo di cogliere uno o più aspetti storico-culturali.

Terminato questo cappello introduttivo, iniziamo il nostro viaggio d’Italia che canta di sé  nel suo divenire proprio, appunto, dall’Inno nazionale: Fratelli d’Italia.

Fratelli d’Italia

Con il titolo originario di Canto degli Italiani è a Genova che quest’opera viene alla luce come poemetto scritto nell’autunno del 1847 dall’allora ventenne studente Goffredo Mameli dei Mannelli: poeta, illustre patriota e scrittore italiano nato nel Regno di Sardegna il 5 settembre 1827 e morto a Roma, appena ventiduenne, la mattina del 6 luglio 1849, a causa di una setticemia derivante da un’operazione mal effettuata per una ferita da “fuoco amico” (probabilmente un turacciolo dimenticato dentro la ferita)[1] occorsagli durante la difesa della seconda Repubblica Romana.
Il suo cognome rivela la sua origine paterna sarda e nobiliare. Egli era, infatti, di famiglia aristocratica sarda, dei “Mameli” o “Mameli dei Mannelli”, originaria della Sardegna, precisamente di Lanusei, in Provincia dell’Ogliastra. Altrettanto di estrazione nobiliare era la sua famiglia materna: la madre Adele Zoagli era discendente della famiglia aristocratica genovese degli Zoagli.
Studiò all’università di Genova in cui ottenne il baccellierato nel 1847 e, probabilmente, proprio in quel momento si consolidò la sua passione politica, passione che lo portò ad aderire ad un’accademia giovanile, la Società Entelema, dove letteratura e politica si commistionavano in una vivace produzione di odi e scritti vari. Fu attivamente impegnato con Nino Bixio in tutte le manifestazioni genovesi di quegli anni.
In tale clima di fervente azione politica genovese, Goffredo Mameli  compone, quindi, come detto sopra, il Canto degli Italiani.
Poco dopo a Torino, nell’allora capitale del Regno di Sardegna di cui Genova faceva parte, Michele Novaro, nato anche lui a Genova il 23 ottobre 1818. musicò il Canto. I due erano amici e si dice che, alla prima lettura del testo inviatogli da Mameli intenzionato ad avere una musica originale e non una melodia esistente riadattata, Novaro fu colto da grande eccitamento scrisse di getto la melodia così come è arrivata a noi sino ad oggi. Più fortunato dll’amico caduto a Roma tra le file di Garibaldi nella difesa della seconda Repubblica Romana, Novaro morì ben più tardi, il 21 ottobre 1885, ma in disgrazia economica: dalla musica del Canto egli non ottenne mai alcun ritorno economico.

L’immediatezza dei versi e l’impeto della melodia ne fecero il più amato canto dell’unificazione, non solo durante la stagione risorgimentale, ma anche nei decenni successivi. Non a caso Giuseppe Verdi, nel suo Inno delle Nazioni del 1862, affidò proprio al Canto degli Italiani – e non alla Marcia Reale – il compito di simboleggiare la nostra Patria, ponendolo accanto a God Save the Queen e alla Marsigliese. Fu quasi naturale, dunque, che il 12 ottobre 1946 l’Inno di Mameli divenisse l’inno nazionale della Repubblica Italiana.[2]

Il suo percorso nella storia d’Italia è avventuroso e non senza grandi curiosità più o meno note!
Infatti, se la Costituzione sancisce de iure quale sia la bandiera nazionale, nulla dice invece sull’inno ufficiale della Repubblica.
La stranezza della situazione è un retaggio di una serie di passaggi storici delicati e che hanno lasciato il ruolo all’Inno di Mameli di Inno nazionale de facto, di fatto, cioè senza alcuna previsione legislativa almeno fino al 2012, e il problema fu affrontato già nel 2005 dalla Commissione affari costituzionali del Senato, per poi addivenire a nulla di fatto…

[da Wikipedia, e si invita calorosamente a leggere tutto il contenuto al link https://it.wikipedia.org/wiki/Il_Canto_degli_Italiani)]

Nel 2005 fu approvato un disegno di legge nella Commissione affari costituzionali del Senato; la proposta non ebbe seguito a causa della scadenza della legislatura, anche se fu fatta un’erronea comunicazione dove era riportato il fatto che fosse stato approvato un decreto legge datato 17 novembre, grazie al quale il Canto degli Italiani avrebbe ottenuto il crisma dell’ufficialità. Tale informazione errata fu poi riportata anche da fonti autorevoli.

Nel 2006, con la nuova legislatura, è stato discusso, sempre nella Commissione affari costituzionali del Senato, un disegno di legge che prevedeva l’adozione di un disciplinare circa il testo, la musica e le modalità di esecuzione dell’inno. Lo stesso anno venne presentato al Senato un disegno di legge costituzionale che prevedeva la modifica dell’art. 12 della Costituzione italiana con l’aggiunta del comma «L’inno della Repubblica è Fratelli d’Italia», ma che non ebbe seguito a causa dello scioglimento anticipato delle camere.

Nel 2008, altre iniziative analoghe sono state adottate in sede parlamentare, peraltro senza mai portare a termine l’ufficializzazione del Canto degli Italiani nella Costituzione, che resta perciò ancora provvisorio e adottato ad interim.

Il 23 novembre 2012 è stata approvata una legge che prevede l’obbligo di insegnare il Canto degli Italiani e gli altri simboli patri italiani nelle scuole. Tale norma prevede anche l’insegnamento del contesto storico in cui avvenne la stesura del brano musicale, con particolare attenzione alle premesse che portarono alla sua nascita.

 

Come nacque l’inno

Proprio il Quirinale negli ultimi anni, soprattutto a partire dalla Presidenza di Carlo Azeglio Ciampi e poi ai suoi successori, si è impegnato in un’opera di piena integrazione dell’Inno all’interno del novero ufficiale dei simboli patri italiani. Pare, dunque, doveroso lasciare la parola al sito del Quirinale medesimo.

[tratto da http://www.quirinale.it/qrnw/statico/simboli/inno/inno.htm]

La testimonianza più nota è quella resa, seppure molti anni più tardi, da Anton Giulio Barrili, patriota e poeta, amico e biografo di Mameli.

Siamo a Torino: “Colà, in una sera di mezzo settembre, in casa di Lorenzo Valerio, fior di patriota e scrittore di buon nome, si faceva musica e politica insieme. Infatti, per mandarle d’accordo, si leggevano al pianoforte parecchi inni sbocciati appunto in quell’anno per ogni terra d’Italia, da quello del Meucci, di Roma, musicato dal Magazzari – Del nuovo anno già l’alba primiera – al recentissimo del piemontese Bertoldi – Coll’azzurra coccarda sul petto – musicata dal Rossi.

In quel mezzo entra nel salotto un nuovo ospite, Ulisse Borzino, l’egregio pittore che tutti i miei genovesi rammentano. Giungeva egli appunto da Genova; e voltosi al Novaro, con un foglietto che aveva cavato di tasca in quel punto: – To’ gli disse; te lo manda Goffredo. – Il Novaro apre il foglietto, legge, si commuove. Gli chiedono tutti cos’è; gli fan ressa d’attorno. – Una cosa stupenda! – esclama il maestro; e legge ad alta voce, e solleva ad entusiasmo tutto il suo uditorio. – Io sentii – mi diceva il Maestro nell’aprile del ’75, avendogli io chiesto notizie dell’Inno, per una commemorazione che dovevo tenere del Mameli – io sentii dentro di me qualche cosa di straordinario, che non saprei definire adesso, con tutti i ventisette anni trascorsi. So che piansi, che ero agitato, e non potevo star fermo.

Mi posi al cembalo, coi versi di Goffredo sul leggio, e strimpellavo, assassinavo colle dita convulse quel povero strumento, sempre cogli occhi all’inno, mettendo giù frasi melodiche, l’un sull’altra, ma lungi le mille miglia dall’idea che potessero adattarsi a quelle parole. Mi alzai scontento di me; mi trattenni ancora un po’ in casa Valerio, ma sempre con quei versi davanti agli occhi della mente. Vidi che non c’era rimedio, presi congedo e corsi a casa. Là, senza neppure levarmi il cappello, mi buttai al pianoforte.

Mi tornò alla memoria il motivo strimpellato in casa Valerio: lo scrissi su d’un foglio di carta, il primo che mi venne alle mani: nella mia agitazione rovesciai la lucerna sul cembalo e, per conseguenza, anche sul povero foglio; fu questo l’originale dell’inno Fratelli d’Italia.” 

Giudizi estetici sull’Inno: perché astenersi questa volta

Di tutto e di più è stato detto su quest’Inno e da ogni lato: tacciato di maschilismo, di visione destrorsa, di lirismo debole, di inconsistenza artistica o mediocrità, e tanti altre affermazioni che abbiamo provato a riassumere in queste battute. Addirittura si arrivò ad un incidente tra il Presidente d’allora Ciampi e il Maestro Riccardo Muti
Mi pare superfluo un mio giudizio estetico: inopportuno da parte mia quanto inadatto su un piano culturale e la valenza simbolica. Rimane il fatto che nelle vittorie sportive e non solo la commozione di molti italiani esprime un legame che non credo non abbia peso o ruolo anche su un piano artistico, a meno di voler considerare l’arte, come spesso si fa, un prodotto esclusivo per iniziati e cultori dotato dell’unico bagaglio attrezzato per dare la risposta definitiva e buona per tutti.
Rimando quindi a Wikipedia, quotando il contenuto del medesimo link precedente https://it.wikipedia.org/wiki/Il_Canto_degli_Italiani

Fu l’ex presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, all’inizio del XXI secolo, a iniziare un’opera di valorizzazione e di rilancio del Canto degli Italiani come uno dei simboli dell’identità nazionale. In riferimento al Canto degli Italiani, Ciampi dichiarò che:

« […] È un inno che, quando lo ascolti sull’attenti, ti fa vibrare dentro; è un canto di libertà di un popolo che, unito, risorge dopo secoli di divisioni, di umiliazioni […] »(Carlo Azeglio Ciampi)
Ciampi ripristinò anche il giorno festivo per la Festa della Repubblica del 2 giugno e la relativa parata militare in via dei Fori Imperiali a Roma, operando una più generale azione di valorizzazione dei simboli patri italiani. L’iniziativa di Ciampi è stata ripresa e continuata anche dal suo successore, Giorgio Napolitano, con particolare risalto durante le celebrazioni del 150° anniversario dell’Unità d’Italia.Per ovviare alle critiche, l’allora presidente della Repubblica affidò spesso le esecuzioni dell’inno, nelle occasioni ufficiali, ad alcuni importanti direttori d’orchestra come Zubin Mehta,Giuseppe Sinopoli, Claudio Abbado e Salvatore Accardo.

L’azione di Ciampi iniziò dopo il suo clamoroso gesto di protesta nei confronti di Riccardo Muti alla prima della stagione scaligera del 1999-2000. Ciampi rifiutò infatti la rituale visita di congratulazioni al direttore d’orchestra nel suo camerino, in quanto Muti non aveva aperto la serata, come era d’uso, suonando il Canto degli Italiani, da lui ritenuto inadeguato a introdurre il Fidelio di Ludwig van Beethoven. D’altra parte, lo stesso Muti ha difeso Il Canto degli Italiani, apprezzando l’invito all’azione con l’obiettivo di affrancarsi dal dominio straniero che l’inno rivolge al popolo italiano rispetto al dolore comunicato dal pur melodicamente superiore Va, pensiero – il candidato più frequente alla sua sostituzione- e ritenendo pertanto Fratelli d’Italia, con il suo carico di significati rinvigorenti lo spirito patriottico, più adatto ad essere suonato nelle occasioni ufficiali. Altri musicisti, come il compositore Roman Vlad, già sovrintendente del Teatro alla Scala di Milano, considerano la musica tutt’altro che brutta e non inferiore a quella di molti altri inni nazionali.

In occasione dei festeggiamenti del 2 giugno 2002, ne è stata presentata una versione filologicamente corretta nella melodia della partitura, opera di Maurizio Benedetti e Michele D’Andrea, che ha ripreso i segni d’espressione presenti nel manoscritto di Novaro.

 

Tre esecuzioni e il testo

Perché tre esecuzioni?
Una prima esecuzione, quella con il Maestro Muti e il Presidente emerito Ciampi, in segno di riconciliazione 🙂 e anche perché ha i sottotitoli e, quindi, utile per chi non ne conosca il testo (la prima parte in realtà del Canto, che nella sua versione integrale che vedremo sotto è ben più lungo).

La seconda esecuzione perché la versione di Muti “taglia” l’introduzione che, invece, è integralmente proposta dal Maestro Daniel Harding nella seconda esecuzione che riporto.

La terza esecuzione perchè più recente e in riferimento all’Expo 2015 ma soprattutto perché vede coinvolti Carabinieri, Coro degli Alpini e Coro dei bambini che, alla fine” cambiano il testo “siam pronti alla morte” in “siam pronti alla vita” e la cosa, se deroga alla filologia riempie di emozione anche chi, come me, non è italiana ma ama profondamente l’Italia.
Vi invito ad ascoltarle tutte e tre. Meritano il tempo.
Il testo integrale è poco più in basso dei link dei video.
Buona visione!

Il testo dell’Inno nazionale italiano (Canto degli Italiani, di Goffredo Mameli – Michele Novaro)

Fratelli d’Italia
L’Italia s’è desta,
Dell’elmo di Scipio
S’è cinta la testa.
Dov’è la Vittoria?
Le porga la chioma,
Ché schiava di Roma
Iddio la creò.
Stringiamci a coorte
Siam pronti alla morte
L’Italia chiamò.

Noi siamo da secoli
Calpesti, derisi,
Perché non siam popolo,
Perché siam divisi.
Raccolgaci un’unica
Bandiera, una speme:
Di fonderci insieme
Già l’ora suonò.
Stringiamci a coorte
Siam pronti alla morte
L’Italia chiamò.

Uniamoci, amiamoci,
l’Unione, e l’amore
Rivelano ai Popoli
Le vie del Signore;
Giuriamo far libero
Il suolo natìo:
Uniti per Dio
Chi vincer ci può?
Stringiamci a coorte
Siam pronti alla morte
L’Italia chiamò.

Dall’Alpi a Sicilia
Dovunque è Legnano,
Ogn’uom di Ferruccio
Ha il core, ha la mano,
I bimbi d’Italia
Si chiaman Balilla,
Il suon d’ogni squilla
I Vespri suonò.
Stringiamci a coorte
Siam pronti alla morte
L’Italia chiamò.

Son giunchi che piegano
Le spade vendute:
Già l’Aquila d’Austria
Le penne ha perdute.
Il sangue d’Italia,
Il sangue Polacco,
Bevé, col cosacco,
Ma il cor le bruciò.
Stringiamci a coorte
Siam pronti alla morte
L’Italia chiamò

Nea Anthologia                                 

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[1] http://lanuovasardegna.gelocal.it/regione/2011/11/03/news/un-turacciolo-dimenticato-in-una-ferita-cosi-mameli-mori-per-errore-medico-1.3576900
[2]http://www.quirinale.it/qrnw/statico/simboli/inno/inno.htm

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Un esercito di cavalieri, dicono alcuni, altri di fanti, altri di navi, sia sulla terra nera la cosa più bella: io dico, ciò che si ama. È facile far comprendere questo ad ognuno. Colei che in bellezza fu superiore a tutti i mortali, Elena, abbandonò il marito pur valoroso, e andò per mare a Troia; e non si ricordò della figlia né dei cari genitori; ma Cipride la travolse innamorata

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