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Contaminazioni: Milva canta Merini – Letteratura al femminile


Oggi è il primo giorno di primavera. Quest’anno marzo ha tenuto fede al proverbio che lo vuole “pazzerello”, e ci ha regalato nevicate sui germogli ingannati dal caldo precoce. Tuttavia il cambio di stagione è nell’aria, atteso. L’allungarsi delle giornate, gli sbalzi stessi di temperatura dal sole del giorno al freddo della sera, i profumi prepotenti dei primi fiori: è la rivincita sull’inverno. In tutte le iconografie antiche questa è la stagione della rinascita, il risveglio dopo la morte apparente invernale. Le forze della primavera sono selvagge e inconsapevoli come quelle di un cucciolo.
Viene naturale pensare che non sia un caso che il 21 di marzo sia il compleanno di una donna che ha vissuto di grandi passioni libere. Oggi, nel 1931, nasceva Alda Merini.

Tutti mi vogliono
Purchè li lasci stare

Molto amata dal pubblico, almeno gli ultimi anni, a testimonianza delle figlie Emanuela, Barbara, Flavia e Simona viveva “come una clochard” nella sua casetta sui Navigli milanesi. Accumulava ricordi, usava i muri come lavagne per appuntare pensieri e numeri di telefono. Amava regalare pezzi di sé senza riserbo. Molti dei suoi manoscritti venivano donati ad amici o alle persone a cui erano dedicati. Scriveva furiosamente, con urgenza, su qualsiasi cosa le capitasse a tiro, forse per rifarsi di quando, chiusa in manicomio, tutto quel che poteva fare era tenere a memoria i versi che le si affacciavano alla mente.
Il suo stesso corpo era visto come qualcosa di recuperato, di scampato miracolosamente agli anni bui della reclusione. Quando il gruppo genovese degli Altera decide di creare un’antologia di poesia contemporanea in musica, non si sottrae alla richiesta di posare nuda per la copertina, creando, come spesso faceva, scandalo.  /></p>
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<p><em>Io la vita l’ho goduta tutta, a dispetto di quello che vanno dicendo sul manicomio.<br />
Io la vita l’ho goduta perché mi piace anche l’inferno della vita e la vita è spesso un inferno… per me la vita è stata bella perché l’ho pagata cara</em></p></blockquote>
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Una donna di rottura, quindi, sempre pronta a scandalizzare col suo sorriso ingenuo e intenso, col suo bagaglio di sofferenze. Più volte innamorata e più volte privata dell’oggetto del suo amore, continuava imperterrita a vivere con tutta se stessa. Incompresa, spesso. Nata da famiglia umile che non pensava per lei ad una carriera scolastica di lunga durata, quando tenta di iscriversi al liceo classico Manzoni di Milano è respinta proprio per la prova di italiano. Il primo marito pur amandola profondamente, non sa come gestire l’emergere del suo disturbo bipolare, e non comprende il suo bisogno di scrivere. L’amore che segue, un medico poeta di 30 anni più anziano e perso nel ricordo della moglie defunta, la accoglie come un gattino randagio in casa sua, e allo stesso modo i figli di lui la scacciano appena le condizioni di salute dell’uomo peggiorano. A ogni distacco e ad ogni nascita sembra corrispondere un periodo di buio, un ricovero nuovo. Eppure è la forza del sentire che rende la sua parola così pura e diretta.

alda-merini

 

Le più belle poesie
si scrivono sopra le pietre
coi ginocchi piagati
e le menti aguzzate dal mistero.
Le più belle poesie si scrivono
davanti a un altare vuoto,
accerchiati da agenti
della divina follia.

La sua vita e la sua poesia hanno affascinato più di un artista: cantanti, scrittori e attori hanno voluto conoscerla e collaborare con lei, e nella sua curiosità di bambina lei non si è negata a nessuno.
Meravigliosa in proposito la Canzone per Alda Merini composta da Roberto Vecchioni. Nell’album “Canzoni e cicogne” Alda stessa interviene dopo la canzone dedicatale dal Professore con la lettura di una delle sue poesie più struggenti, Lettere.

Rivedo le tue lettere d’amore
illuminata adesso da un distacco,
senza quasi rancore.

L’illusione era forte a sostenerci,
ci reggevamo entrambi negli abbracci,
pregando che durassero gli intenti.
Ci promettemmo il sempre degli amanti,
certi nei nostri spiriti divini.

E hai potuto lasciarmi,
e hai potuto intuire un’altra luce
che seguitasse dopo le mie spalle.

Mi hai resuscitato dalle scarse origini
con richiami di musica divina,
mi hai resa divergenza di dolore,
spazio, per la tua vita di ricerca
per abitarmi il tempo di un errore.

E mi hai lasciato solo le tue lettere,
onde io le ribevessi nella tua assenza.

Vorrei un figlio da te,
che sia una spada lucente,
come un grido di alta grazia,
che sia pietra, che sia novello Adamo,
lievito del mio sangue
e che dissolva più dolcemente
questa nostra sete.

Ah se t’amo!
Lo grido ad ogni vento
gemmando fiori da ogni stanco ramo,
e fiorita son tutta
e di ogni velo vò scerpando il mio lutto
perché genesi sei della mia carne.

Ma il mio cuore trafitto dall’amore
ha desiderio di mondarsi vivo,
e perciò, dammi un figlio delicato!
Un bellissimo vergine viticcio
da allacciare al mio tronco.

E tu, possente padre,
tu olmo ricco di ogni forza antica,
mieterai dolci ombre alle mie luci.

Ma la contaminazione di cui vorrei parlare oggi ha a che fare proprio con una delle poesie più famose di Alda Merini, quella sul suo compleanno.
E’ lei stessa qui ad evocare il legame fra la sua venuta al mondo e l’inizio della primavera, vista però non come periodo di dolce bellezza, ma come un cataclisma primordiale. Sembra di sentire i fiumi in piena, rianimati dallo sciogliersi dei ghiacci, i temporali improvvisi che bagnano la terra ancora gelata e le piante coperte dai primi boccioli; un bambino che esce nel mondo e piange disperato, diviso fra il dolore del primo respiro e la fame d’aria e di vita.
Più gentile la seconda parte, in cui si fa riferimento al mito di Proserpina. Figlia della dea delle messi, Cerere, Proserpina venne notata per la sua bellezza da Ade, che decise quindi di rapirla per farne la sua sposa. Disperata per la sparizione della figlia, Cerere si rifiutò di svolgere le sue mansioni, lasciando che la terra inaridisse e la carestia dilagasse sulla terra. Giove allora, per evitare l’estinzione del genere umano, chiese a suo fratello di restituire la moglie. Ade non poté opporsi al volere del re degli dei, ma prima di lasciar partire la sua sposa, la indusse a mangiare un frutto di melograno, ben sapendo che chi assaggia i frutti degli inferi dovrà farvi ritorno. La disputa si risolse quindi con un patto che lasciava la bella Proserpina con la madre per sei mesi, e per altrettanto tempo col marito. Cerere da allora mantiene l’usanza di lasciar morire le messi durante i mesi di separazione, e di far rifiorire la natura per festeggiare il ritorno dell’amata figlia. Come di consuetudine a miti di possesso-spossessamento con al centro una donna, il parere di Proserpina è stato poco considerato, poco oggetto di analisi o considerazioni, anche se versioni più moderne del suo mito l’hanno rimessa al centro più come soggetto che come mero oggetto di disputa, con un ruolo attivo di colei che decide consapevolmente di mangiare il melograno, poiché si era nel frattempo innamorata di Ade. Nella poesia della Merini la dea piange con le piogge di primavera, non si sa se per la felicità di esser tornata alle bellezze del mondo o se per la mancanza del suo sposo. Una dualità che rende ancora più delicata questa poesia.
La capacità di evocare immagini così forti con poche parole, e il cambio di ritmo fra le due parti di questa lirica la rendono perfetta per essere musicata e cantata.
Delle musiche chiede di potersene occupare un giovane cantautore che ha già collaborato con Ruggeri, Dalla e Vecchioni, Giovanni Nuti. Innamorato della poetica di Alda Merini, cerca una voce femminile che sappia esprimere la potenza, ma anche la grazia, e la trova in Milva.
Cantante versatile e dal timbro facilmente riconoscibile, non è nuova all’ambito poetico e letterario. Parallelamente ai brani popolari, infatti, Milva, nota anche come la Rossa, è considerata fra i migliori interpreti internazionali di Bertolt Brecht, e nella sua carriera collabora con Giorgio Faletti, Umberto Eco, Andrea Zanzotto ed Emilio Villa. Molto amata all’estero, quando Nuti le propone di partecipare al suo progetto accetta con entusiasmo, sicura che questo le permetterà di tornare ad esibirsi anche in Italia.
Fra le due donne, inoltre, c’è stima reciproca. Milva dichiara:

“Conoscevo da tanto le sue poesie e le ho sempre amate. Fra me e lei c’è uno strano rapporto, mi ritiene molto giovane, come se dovessi ancora imparare. C’è molto affetto da parte sua e, anche tanta ironia. E’ dispettosa, mi punzecchia spesso, mi sono posta al suo fianco con amicizia e devozione. Ne sono stata ricambiata. Per la sua sofferenza, per la sua vita, Alda è piena di amore: raramente ho conosciuto una persona così capace di volere bene”

A sua volta, la poetessa le dedica una composizione inedita, che verrà inserita come prima traccia del cd Milva canta Merini, Gli occhi di Milva:

 

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Non occorre che io mi sieda sul letto a rivedere i sogni perduti,
basta guardare gli occhi di Milva e vedo la mia felicità.

Coloro che pensano che la poesia sia disperazione
non sanno che la poesia è una donna superba
e ha la chioma rossa.

Io ho ucciso tutti i miei amanti
perché volevano vedermi piangere
ed ero soltanto felice.

Sono nata il ventuno a primavera
ma non sapevo che nascere folle,
aprire le zolle
potesse scatenar tempesta.
Così Proserpina lieve
vede piovere sulle erbe,
sui grossi frumenti gentili
e piange sempre la sera.
Forse è la sua preghiera.

Il connubio è felice, la cantante riesce a rendere tutto lo spirito delle parole di Alda Merini grazie alla tecnica vocale, alla passione e alle sue esperienze nel campo della recitazione. Gli arrangiamenti di Nuti sottolineano i passaggi e aggiungono atmosfera senza soffocare.
Per Milva e Alda rimane l’unico progetto insieme, mentre Nuti continua la collaborazione, producendo dal 1996 alla morte della piccola ape furibonda altri album e singoli, in cui è sia compositore che esecutore dei brani.

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Dal 2014 porta in tournée con Monica Guerritore uno spettacolo chiamato Mentre rubavo la vita, dedicato a questa grande donna coraggiosa.

Ho la sensazione di durare troppo, di non riuscire a spegnermi: come tutti i vecchi le mie radici stentano a mollare la terra. Ma del resto dico spesso a tutti che quella croce senza giustizia che è stato il mio manicomio non ha fatto che rivelarmi la grande potenza della vita.

 

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Hipazia Pratt
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